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Le vie dell’energia nel tempo
del fare, nel tempo del sapere
Nel contesto della realizzazione dei percorsi visuali
di turismo industriale del progetto “Le vie dell’energia” si
inserisce la trasformazione dell’area dove sorgeva
la fabbrica Pirelli. nel polo universitario di Milano-Bicocca.
Recuperare un’area dismessa – come nel caso
di una grande superficie industriale tipizzata come quella
della Pirelli – significa seguire con coerenza la
transizione economica di una società moderna a una
post-moderna.
Questa fase di trasfigurazione del territorio
impone di rilanciare l’immagine di una Milano vitale
e poli-produttiva attraverso i suoi già consolidati
settori della finanza, della moda, della pubblicità,
del commercio, del terziario avanzato, dei settori high
tech,
ma soprattutto, dell’industria culturale turistica.
E’ una
trasfigurazione urbana, che dunque, deve puntare sulla
ri-progettazione dei milioni di metri cubi quadri delle
aree dimesse (come appunto nel caso della storica area
della Pirelli-Bicocca) che vanno contestualizzate nello
sviluppo della città diffusa, sia nel campo
delle produzioni in senso stretto, sia nel campo della
produzione di capitale umano e servizi, sia nella implementazioni
di percorsi di turismo industriale.
La cittadella universitaria
della Bicocca si inserisce in questa operazione di ri-progettazione
del territorio urbano che, però, vuole conservare
nel campo dell’apprendimento
culturale e dell’insegnamento avanzato e della ricerca,
tutte le caratteristiche che hanno tradizionalmente contraddistinto
la produttività tipica della società milanese.
Proponiamo
quindi di trasferire la memoria storica della Pirelli-Bicocca
alle nuove generazioni utilizzando il linguaggio fotografico
in percorsi visuali di turismo industriale che presentano
le aree di “lavoro” dei nuovi
spazi universitari. “Identificare fotograficamente” questi
nuovi luoghi della industria culturale milanese significa
condurre con coerenza una corretta operazione di “filologia
urbana”, sostenuta da un attento percorso iconografico
che ripristini forme fisiche e sociali di una memoria di
fabbrica da conservare.
Ma più specificatamente il
nostro intento, con gli itinerari visuali della Bicocca-Pirelli, è quello
di “ri-centrare” la nuova figura architettonica sulla vecchia
forma industriale con un preciso processo di scomposizione
e ricomposizione iconografica che, collocate all’interno
del nuovo progetto territoriale milanese, costituiranno
un punto di riferimento spaziale e sociale tra il passato
e il presente. Il confronto non teorico tra il “vecchio
e il nuovo” vuole
essere un progetto sperimentale e innovativo da finalizzare
in itinerari di cultura industriale in momento cruciale della
trasformazione urbana milanese: dalla città-fabbrica
alla città dei servizi, della cultura, del turismo. |
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Il tempo del fare, il tempo del sapere
Spazi sociali e osservazione visuale
Di Nicolò Leotta
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“Se sapessi raccontare una storia
non avrei bisogno di trascinarmi
dietro una macchina fotografica”
W. L. Hine
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Una memoria per immagini. L’Archivio
Storico del Gruppo Pirelli
Raccontare l’evoluzione di un’area
come la Bicocca di Milano significa “mettere a fuoco” forme
fisiche e sociali di una superficie produttiva che per
più di un secolo ha contribuito a definire il paradigma
della città-fabbrica. Contestualizzare “i
luoghi del lavoro” degli stabilimenti Pirelli nel
tempo e nello spazio milanese, contribuisce a ripercorrere
un percorso di “filologia urbana industriale” che
ripristini la “memoria collettiva” di un settore
della città fondato su logiche di centralità produttive
e divisione del lavoro. La storia della Bicocca non vuol
dire solo ricostruire una mappa cognitiva del tempo
del fare, ma anche tramandare tutte le caratteristiche
che hanno tradizionalmente contraddistinto la produttività tipica
della società milanese nel tempo del sapere.
Questo
lavoro ha lo scopo di “ricomporre” una
realtà complessa e articolata di cultura imprenditoriale,
storia operaia e nuovo Ateneo attraverso un’integrazione
socio/iconografica come “strategia di lettura” dello
spazio “fabbrica/università” che, sviluppando
parallelamente la specificità dell’osservazione
visuale e la ricerca sociale sul lavoro del patrimonio
fotografico dell’Archivio Storico del Gruppo Pirelli,
vuole fornire una chiave interpretativa, non solo sociografica
ma anche fotografica, dell’area della Bicocca (Leotta,
2000). Infatti, il ricco patrimonio di immagini dell’Archivio
Storico, riconosciuto da tempo bene culturale, ha permesso
di articolare il racconto di una logica del fare e del
sapere in percorsi tematici che costituiscono un importante
fondamento di comunicazione iconografica (Bigazzi, 1980).
Sociologia
degli spazi e analisi visuale propongono una integrazione
metodologica che, centrata su una visualizzazione dell’universo
della Bicocca, suggerisce strategicamente quell’atto
di “congelare” la velocità dei
ritmi sociali che ha sempre rappresentato un ostacolo alla
rappresentazione per immagini dei processi culturali. L’occhio
fotografico, in quanto fissa nel tempo determinati contesti
spaziali, mira a prolungare la durata dello sguardo in
una scansione documentaria, al fine di rilevare le forme
fisiche e sociali del reale. (Becker, 1975; 1981b).
Tale
prospettiva di analisi associa il processo di osservazione
visuale al concetto di frame (spazio o cornice
simbolica) della sociologia spaziale, ed è in grado
di ricostruire l’interazione umana in un dato ambiente
(Goffman, 1969; Giddens, 1994; Dal Lago, 1995). Nell’ottica
del frame-iconografico le relazioni tra spazio/sociale e tempo/fotografico sono
considerate fondamentali poiché nella realtà bicoccana,
la sequenza di immagini dell’interazione “uomini/fabbrica/università” si
dilata mettendo in tensione da una parte il passato e dall’altra
l’immediato futuro. Infatti, se da una parte è il frame che
fornisce un fitto telaio di relazioni spaziali, poiché è al
suo interno che si svolgono le azioni degli attori sociali,
dall’altra è la sequenza/fotografica che,
scattata in un determinato momento storico, ne fornisce
la progressiva scansione temporale. Si tratta dunque
di cogliere una liaison tra fotografia e ricerca
sociale che scandagliando, il tempo del fare, il tempo
del sapere propone uno studio socio-visuale dello
spazio della Bicocca (Becker, 1981a; Gravano, 1997).
Si
propone quindi un’occasione di sospensione visiva
e di rallentamento percettivo dei tempi del lavoro costruito
su quattro sequenze socio-iconografiche bicoccane. Ognuna
di queste è strettamente integrata con le altre,
poiché contiene in sé il passato ed il futuro
di una realtà segnata da processi culturali e organizzazione
produttiva (Curry, Clarke, 1983).
Il tempo del fare con
la sequenza di apertura uomini
e fabbrica svela le iniziali coordinate fisiche
e sociali dell’Impresa Pirelli come forza espansiva
della cultura del lavoro dell’industrialismo
lombardo che si colloca a pieno titolo nel taking-off del
capitalismo italiano ed europeo. Infatti se lo stile
tematico delle immagini pone l’accento sulla fisicità spaziale
dell’azienda e la sua proiezione sul territorio,
sono le foto di massa delle maestranze che,
con un taglio più sociale, documentano quel capitale
umano in cerca d’identità collettiva
e acquisizione di una nuova Weltanschauung (Henry,
1986; Mattioli, 1986; Cipolla, Faccioli, 1993).
Seguono,
nella seconda sequenza, le immagini che
non rubano l’anima, geografie dello sguardo
oltreoceano che, documentando la tematica di una etnografia
del lavoro nelle piantagioni di gomma a Bonenisari
e Lendra della Cultuur Industrie Handel Maatschappij
Pirelli Java, testimoniano la partecipazione della
Pirelli al dirompente quanto inarrestabile sviluppo
dell’economia-mondo registrato alla fine dell’800.
Le
immagini della terza parte che danno vita alla galleria
del lavoro risultano le più difficili da
ricomporre poiché, in un’unica sequenza,
visualizzano settant’anni di cultura aziendale
e fasi di produzione che, nella loro successione spazio/temporale, “fissano” le
operazioni di: stoccaggio, preparazione del tessuto,
mescolatura, gommatura del tessuto, confezione, vulcanizzazione,
bilanciamento, sbavatura ed infine controllo. Immagini
che presentano, in chiave cronologica, l’ organizzazione fordista del
lavoro, i volti dell’emigrazione nel reportage di
Toni Nicolini degli anni 60, la prossemica operaia
rappresentata nelle immagini di Enzo Nocera degli anni
70.
Nell’ultima sequenza segue il racconto fotografico dalla
fabbrica delle cose alla fabbrica del sapere con
la documentazione dei ritratti paralleli di operai
e studenti di Filippo Podestà ambientati nella
fase di de-industrializzazione degli anni 90 e le immagini
della vita sociale del nuovo Ateneo di Toni Nicolini.
Scelte di campo precise che, mettendo insieme analisi
del lavoro e rigore nella ricerca fotografica, raccontano storie della
Bicocca. Ottica questa, sempre presente in un “fare
fotografia più sociale” che, avendo come
obbiettivo principale più che un documento una
testimonianza, intende restituire ai soggetti, riportati
nell'immagine, spessore storico ed identità culturale.
Il fotogramma staccato, infatti, ci restituisce una
testimonianza carica di storia personale e di forti
motivazioni psicologiche (Freund, 1976; Faccioli, 1996).
Nelle
prime tre sequenze, invece, il percorso visuale costruito
risponde ad una doppia chiave di lettura: l'una come
foto/sistema, l'altra come foto/documento. La prima
permette una lettura “integrata” di immagini
che entrando in relazione le une con le altre compongono
un foto/schema, nel quale varianti, costanti e segni
caratterizzano il lavoro di fabbrica in chiave cronologica
(Mazzacane, 1975). La seconda risponde invece ad una
necessità di selezionare e leggere l'immagine
come dato visivo singolarmente “significante” di
un particolare non traducibile in altri linguaggi (Ferrarotti,
1974; Lindekens, 1980).
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Prima sequenza: Uomini e fabbriche
Ne L'opera
d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica Walter
Benjamin afferma che, "la natura che parla alla macchina
fotografica é (..) una natura diversa da quella
che parla all'occhio" dato che "al posto di uno
spazio elaborato consapevolmente dall'uomo, c'è uno
spazio elaborato incosciamente" e che l'uomo solo
attraverso il medium fotografico" scopre
questo inconscio ottico, come, attraverso la psicanalisi,
l'incoscio istintivo" (l966, 62). Infatti le caratteristiche
tecniche della camera oscura permettono di raccogliere
ogni minimo particolare dello spazio/fotografico prescelto
e di registrare assai di più di quanto lo stesso
fotografo vede al momento dell’esposizione della
pellicola alla luce. Se tutto ciò è vero,
allora dovremo chiederci quanto l’osservazione visuale é preziosa
in sociologia per analizzare il “soggetto-fabbrica” come
archetipo pronunciato della civiltà urbano-industriale.
Le parole di W. Benjamin indicano come lo sguardo fotografico
possa diventare uno strumento efficace nello svelare, con
un processo di scomposizione e ricomposizione dell’inconscio
tecnologico visivo, il linguaggio muto della cultura materiale,
i nessi tra luoghi e territorio, strutture e rappresentazioni
di realtà inizialmente sconosciute e quindi apparentemente
disorganiche. La fotografia svolge in questo caso una funzione “analitica” e
raccogliendo dati visivi su dati visivi ricompone un sistema
di segni utili ad interpretare le strutture più profonde
di una data realtà (Barthes, 1980; Vaccari, 1994;
Signorini, 2000).
Per passare dall’ambito teorico,
appena accennato all’esempio concreto, il percorso uomini
e fabbriche ricostruisce, i
luoghi del fare dell’area -Bicocca
che, contribuendo alla nascita del capitalismo italiano,
segnano quel passaggio epocale dalla civiltà contadina
a quella industriale e qui il raccontare per immagini diventa
particolarmente importante.
La fotografia industriale, elaborando
un linguaggio iconografico sui profondi cambiamenti della
società moderna,
rispondeva anche a un preciso bisogno d'identità di
un modello produttivo che, giorno per giorno, mutava la
sua organizzazione economica a partire da quell'unità fisica-architettonica
del fare sociale che caratterizzerà il
paradigma della civiltà-industriale: la fabbrica.
Per
la prima generazione di “fotografi urbani” l’archetipo
industriale divenne il campo di lavoro più esplorato.
La committenza dell’industria era tanto importante
per la fotografia quanto la fotografia lo era per l’immagine
dell’industria e così il potenziale creativo
della fotografia, arte che aveva già mezzo secolo
di vita alla fine dell'ottocento, si dispiegò in
modo decisivo per opera di coloro che per primi tentarono
di cogliere visivamente il significato dei profondi mutamenti
in corso (De Paz, 1993).
La civiltà delle macchine
si presentava come un nuovo modo di produrre da interiorizzare
e la rappresentazione visiva delle sue forme, della sua
gente, dei suoi protagonisti ne avrebbe svelato credo imprenditoriale
e le diffuse aspirazioni sociali. In questa prima sequenza
cercheremo di sistematizzare in chiave sociografica i primi
due stili fotografici che emergono dal patrimonio fotografico
dell’Archivio
Storico che, corrispondendo ai momenti maggiormente esplicativi
della “scoperta della fabbrica”, danno vita
a due percorsi suddivisi secondo le tematiche visuali di: corpus
aziendale e identità sociale.
Dalle “fonti
iconografiche”, che registravano
quotidianamente le prime fasi di quello sviluppo industriale
che avrebbe cambiato profondamente la morfologia urbana
del capoluogo lombardo, l’immagine del corpusaziendale del
Gruppo Pirelli che con le sue industrie trasfigurava il
paesaggio tradizionale e diventava essa stessa l’espressione
visiva del nuovo modo di produzione, emerge con forza.
In questo panorama di grande trasformazione socio-economica
l’elaborazione dell’immagine dello stile Pirelli è di
natura strettamente urbano-aziendale e la visualizzazione
dell’archetipo stesso della fabbrica a spioventi,
nel contesto produttivo milanese, appare infatti come un “fatto
sociale” prodotto dall’avvento della civiltà industriale.
Catalogata presso l’Archivio Storico l’iconografia
del tempo, chiamata a confezionare l’immagine dell’azienda
di via Ponte Seveso (l’attuale Via F. Filzi), mostra
una particolare attenzione per le geometrie fisiche delle
Industrie Pirelli fortemente ancorate al tessuto cittadino.
La “figurabilità” che organizza le architetture,
le forme, le dimensioni e i pesi del “panorama pirelliano” mira
a ottenere un’immagine equilibrata e bilanciata del
complessivo sviluppo della fabbrica proiettata sul territorio.
La “funzione immaginativa” della proiezione
spaziale proiettata verso l’esterno delle industrie
Pirelli, infatti, può essere considerata come il
risultato dello stretto legame che si stabiliva tra lo
sviluppo fisico dell’azienda e il paradigma funzionalista
della città-fabbrica. Rapporto rafforzato dalle
coordinate architettoniche verticali che, interpretando
uno dei primi skyline industriali dell’area
Nord Nord-Est della città, confezionano una visione
quasi cubista della città di Milano.
Specularmente
all’immagine proiettata nel contesto
produttivo urbano del Gruppo Pirelli, il percorso iconografico
attinto dall’Archivio Storico prosegue con fotografie
datate 1890 che visualizzano invece l’espansione
interna del corpus aziendale stretto fra via Ponte
Seveso e via Galilei (l’attuale via G. Fara) . Nelle
immagini l’efficienza produttiva pirelliana e l’aspetto
architettonico della fabbrica appaiono in posizione dominante
e le figure umane sembrano perdersi nel groviglio di officine
e magazzini, spettacolari strutture metalliche e alte ciminiere
proiettate verso il cielo. In queste fotografie, che mettono
in risalto la funzionalità delle infrastrutture,
le maestranze come frammenti di una struttura imprenditoriale in
forte espansione si confondono sempre più con lo
sfondo di una geometria industriale resa ancora più astratta
dall'incrociarsi architettonico di strade, vialoni, ponti
e passaggi sopraelevati. Le immagini tipo della Pirelli
sono perfettamente allineate alla ben nota tradizione del “fare
fotografia industriale”, rappresentando vedute esterne
di fabbrica, grandi macchine all’interno, maestranze
staticamente incluse dentro la regolarità e la razionalità del
sistema produttivo (Castronovo, 1992).
Ma nelle fabbriche,
centri di mobilitazione di capitale e trasformazione di
materie prime, l’organizzazione
del lavoro umano e intellettuale, definito come l'insieme
delle capacità tecniche e delle conoscenze che rendono
lo sforzo umano più produttivo della semplice forza
lavoro, risultò ben presto ancora più importante
dei fattori tecnici della produzione mettendo così in
risalto l'accumularsi di rivendicazioni lavorative e l'acuirsi
del conflitto sociale nello scenario industriale.
Infatti,
tra i “fotografi-artigiani” di questo
periodo, nasce il problema di soppesare e mettere alla
prova l'impatto della fabbrica sull'individuo e, da un
certo punto di vista sociografico, i relativi percorsi
iconografici rientrano nell'ottica più classica
della fotografia documentaristico-sociale che sarà caratterizzata
da un forte sentimento di ”osservazione partecipante”:
una prospettiva che va certamente oltre l’ambito
della fotografia stessa tanto da “farsi specchio” nel
rappresentare speranze collettive e sentimenti di emancipazione.
Tra questi “primi cronisti” dell’immagine
industriale si distinguono Calcagni e Mantinato, ma è in
particolare la figura e la sensibilità fotografica
di Luca Comerio che si colloca in quel panorama della fotografia
sociale che già nell'ultimo ventennio dell'ottocento,
si era rivolta con attenzione ai grandi problemi sociali.
Ciò non avvenne soltanto perché tali problemi
si erano andati rivelando in tutta la loro drammaticità,
quasi a sconvolgere l'ideale di progresso sociale ed economico
suggerito dallo sviluppo industriale, ma anche per raccontare
un mondo ancora sconosciuto, esplorare una nuova ritualità,
interpretare un ulteriore passaggio culturale, rappresentare
un altro agire (Manenti, Monti, Nicodemi, 1979). Nelle
riprese delle maestranze accalcate davanti alle officine
della Pirelli di via Galilei l'obiettivo del fotografo-cronista
milanese, ben documentato nell’Archivio Storico,
sembra quello di recuperare o ricreare un nuovo equilibrio
tra uomo e spazio, un modo per ritrovare un senso di presenza
umana nella moderna concezione della fabbrica con un tentativo
di ricollocare l'attore sociale in un contesto produttivo
completamente nuovo e rivoluzionario. Questi “documenti
umani” scattati tra il 1883 e il 1905, hanno la particolarità di
porre al centro dell’immagine il soggetto raffigurato
ricorrendo alla tecnica del “ritratto di massa” per
far meglio risaltare identità sociale e presenza
storica. Le foto di questa sezione ci svelano qualcosa
della soggettività e della psicologia dei singoli
individui. In ognuna di queste immagini l'attore sociale
ci comunica, mediante una propria auto-rappresentazione,
la precisa volontà di instaurare un rapporto diretto
con il mondo circostante, rivendicando così una
dimensione non solo storica, ma anche culturale e psicologica
che ci rivela la precisa “persistenza dell'individuo”.
Comerio, infatti, con i suoi “documenti-umani” cercava
di ricostruire il volto di una nuova identità collettiva,
tentando qualche raccordo fra progetti individuali e trasformazioni
epocali del tempo, con la consapevolezza di mettere in
correlazione micro-storie con grandi eventi storici e sociali
(Grazioli, 1998).
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Seconda Sequenza: immagini che non rubano
l’anima
L'avvento del modo di produzione industriale, che contribuiva
sempre più a modellare le nuove realtà sociali
europee alla fine del XIX secolo, si esprimeva con azioni
combinate di appropriazione di risorse e riorganizzazione
produttiva operate da un capitalismo aggressivo che, con
circostanze e tempi diversi, investiva continenti interi
con la sua inarrestabile forza penetrante e riordinatrice.
Ed è proprio in questa fase di forte espansione
della civiltà industriale e del suo modello culturale
che istituti culturali e strutture ecomiche pre-capitalistiche
delle periferie più lontane del globo venivano integrate
in una economia-mondo fitta di scambi, prodotti di base,
capitali finanziari, flussi di lavoratori e materie prime. In questo contesto di mondializzazione dell’economia,
la “documentazione etnografica” assume, fin
dall’inizio dell’espansione occidentale in
altri continenti, un ruolo strategico nel ricostruire dinamiche
comunitarie, orizzonti culturali, appartenenze etniche,
stili di vita e la produzione di racconti per immagini
risulterà uno strumento indispensabile per la conoscenza
antropologica delle società locali. Infatti i caratteri
e le potenzialità delle popolazioni autoctone, raccontati
attraverso l’iconografia del tempo, giocano un ruolo
ancora più importante dei resoconti ufficiali di
governatori e funzionari delle colonie nella misura in
cui le piccole o grandi comunità dalle regole sociali “altre”,
verranno inserite, loro malgrado, nella storia dei grandi
imperi coloniali. Il rilevamento “etno-fotografico” che
documenta capacità lavorative e risorse naturali
di comunità tribali, risulterà un dato
visivo concreto e indispensabile per la ricerca continua
di materie prime essenziali al procedere della locomotiva
dell’economia industriale lanciata a pieno ritmo
sui binari dello sviluppo capitalistico. Il reportage presumibilmente eseguito da Th.
Weissenborn (Atelier “LUX”, Garoet-Java) nelle
piantagioni di gomma a Bonenisari e Lendra della Cultuur
Industrie Handel Maatschappij Pirelli Java datato
1922, pone in evidenza come le fasi dell’estrazione,
dello stoccaggio e del trasporto del caucciù risultino
segmento-base di una divisone del lavoro pirelliano senza
confini geografici (Pirelli, 1946). Differentemente da altre geografie dello sguardo, queste
foto non documentano il cliché del buon
selvaggio impietrito, ma riportano la documentazione
di maestranze locali impegnate in mansioni e gesti lavorativi
dai quali non traspare alcun timore e nessuna paura nei
confronti di una scatola magica che, riproducendo la loro
immagine, gli “rubasse l’anima” (Chiozzi,
1993).
I fotografi, dilettanti o professionisti, che operarono
nelle colonie non furono mai del tutto ignari dell'importanza
e del valore antropologico che potevano essere attribuiti
alle loro opere e ai mondi magici documentati poiché tutto
passava davanti a quella fatale invenzione che, rappresentando
visivamente un paradigma sociale di un altrove geografico
e cultuale, avrebbe restituito a una storia del lavoro
coloniale i suoi sconosciuti interpreti. Documenti di un’ etno-fotografia
aziendale dell’Archivio Storico Pirelli che
non ignorano un’identità “altra” e
non accentuano la contrapposizione della cultura materiale
fra civiltà industriale occidentale e società tradizionale
periferica ma, invece, raccontano di una divisione internazionale
del lavoro appartenente ormai ad sistema economico globale.
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Terza Sequenza: le gallerie del lavoro
Il progetto
industriale, in quanto processo di trasformazione di risorse
naturali in materie prime, utensili in macchine, popolazioni
indigene in maestranze, contadini in operai, denaro in
capitali, prodotti in merce, modifica tutto ciò che
assimila in funzione di un ampio mercato dove posizionare
la propria produzione. In questo pragmatico spirito imprenditoriale
il rapporto tra uomini e macchine è il risultato
di un rigido piano di produzione aziendale che, applicando
la regolarità della catena di montaggio, implementa
lunghi corridoi di ruoli meccanici: ragione strategica
di una concezione fordista della fabbrica funzionale
ad una società di mercato e al suo divenire.
In tale
processo di meccanizzazione della produzione si inserisce
il terzo foto-schema centrato sulla ricostruzione iconografica
delle gallerie del lavoro dello stabilimento
industriale Pirelli che scandagliando le modalità e
le tipologie operaie di settant’anni di storia bicoccana
dell’Archivio Storico, costituisce quell’interfaccia
visiva di spirito imprenditoriale, professionalità e
gesti lavorativi. Intrecci di logiche del fare documentate
a intervalli costanti dai fotografi degli studio milanesi,
molti rimasti anonimi che, fra il 1910 e il 1957 con immagini
di tipo aziendale, celebrano una fede incrollabile nei
vantaggi dell’industrializzazione e dei suoi miti
sociali con una tecnica di rappresentazione visiva che
tendeva ad esaltare sapiens meccanico e spirito
imprenditoriale.
Infatti anche per il Gruppo Pirelli, in
un assetto produttivo da holding internazionale, la funzione
promozionale del “fare
fotografia industriale”, seguiva pedissequamente
lo stile fotografico dei cliché del tempo,
con il consueto scenario di fabbrica lusinghiero e ripulito
in una prospettiva figurativa che finiva sempre per essere
quella della lingua ufficiale aziendale: efficienza delle
grandi macchine e organizzazione razionale del lavoro (Colombo,
1988). Così seguendo questa filosofia imprenditoriale,
tesa a rappresentare la meccanizzazione della produzione “senza
sudore”, il “foto-racconto” della fabbrica
rispecchia rigidamente il compito assegnato dagli imperativi
dettati dalla committenza aziendale. La sequenza fotografica
confezionata negli album industriali inizia sempre con
alcune panoramiche dei grandi volumi del corpus aziendale della
Bicocca, stanziato tra l’asse tramviario pubblico
Milano-Cinisello (l’attuale viale Sarca) e la stazione
ferroviaria di Greco, come prova fisica della sua importanza
rispetto all’assetto urbano di cui fa parte, per
poi continuare con una serie di immagini dei grandi depositi
e dei locali di stoccaggio delle mescole di gomma pronte
per la lavorazione giornaliera realizzate nel 1922.
La sequenza
iconografica prosegue con i reparti più importanti,
a partire dalla sala dei mescolatori della gomma, come
documentate nelle fotografie di Galimberti e Secco D’Aragona
nel 1943, per proseguire con il lungo corridoio di calandre
a sei cilindri per la preparazione dei tessuti gommati
registrata da Aragozzini della S.A.M. Crimella nel 1943,
alla sala mescolanze organizzata come catena di montaggio
e ripresa dall’ Agenzia Publifoto nel 1947. Il percorso
prosegue con le immagini della fase di vulcanizzazione
degli anelli di gomma del 1947, alle posture del conformatore
registrate dalla Publifoto nel 1957, ed infine alla documentazione
di Ancilotti sulla postazione battistrada, sempre del 1957.
L’ufficialità degli
album di fotografia industriale, usati più che altro
come cataloghi della produzione, avrebbe ben presto messo
in luce la profonda frattura tra macchine e uomini che,
nella documentazione delle fasi produttive, apparivano
sempre come funzioni e mai né attori né protagonisti.
La figura umana perde la sua centralità e vi è,
piuttosto, una presa di possesso dell'immagine da parte
di un sistema di grandi macchine, dove le “moderne” tecnologie
della fabbrica inglobano totalmente le maestranze nei suoi
meccanismi produttivistici (Desjours, 1983).
A denunciare
i limiti di una figurabilità della
produzione “senza fatica e senza alienazione” sarà una
visualizzazione del mondo del lavoro più sociologica
riportata in Men at Work del 1932 di W. Lewis
Hine, del dipartimento di Sociologia della Columbia University
di New York, che, documentando aspetti della vita di fabbrica
mette a fuoco, con percorsi socio-iconografici, la relazione
delle figure umane con l’ambiente industriale (Mattioli,
1991).
La consapevolezza sociologica ed umanistica che emerge
dalla pratica fotografica di L. Hine si rivela di grande
rilievo in una prospettiva che va certamente oltre l'ambito
del linguaggio fotografico, per investire la concezione
teorico-pratica del rapporto uomo-macchina (Quintavalle,
1983).
Il messaggio visivo del sociologo-fotografo americano
si basava sulla giusta convinzione che i beni materiali
sono solo il frutto di un insieme limitato di azioni meccaniche
impersonali, mentre l'autentico progresso industriale avrebbe
dovuto fondarsi sull'unione sempre più armonica
fra l'uomo e la macchina, ma in una prospettiva in cui
l'essere umano assumesse il ruolo di elemento centrale,
allo scopo di ridurre al minimo l'alienazione insita nel
rapporto dell’uomo con i mezzi tecnici. La serie
di istantanee realizzate da L. Hine all'interno di grandi
spazi industriali segneranno l’immaginario collettivo
americano imprimendo una svolta culturale nel rappresentare
l’identità operaia che influenzerà,
negli anni a venire, l’intero filone della fotografia
sociale europea più impegnata.
Superata la fase della
ricostruzione post-bellica, Milano si andava profondamente
trasformando nel suo tessuto produttivo e sociale. Fra
il gli anni 50 e gli anni 60 grazie ai bassi salari e a
un sostegno pubblico all'impresa capitalistica la Lombardia
e Milano in particolare, vedevano incrementare velocemente
la produzione industriale, il reddito medio della sua popolazione,
il consumo pro-capite di beni. In questo periodo il capoluogo
lombardo, indicato come la capitale economica d'Italia,
guiderà quel decollo
economico che trascinerà l'intero paese da una realtà largamente
rurale a una società di tipo industriale. Grattacieli
in numero crescente occupano il centro urbano e imperiosamente
gareggiano con le ciminiere delle vecchie e nuove fabbriche
disegnando uno skyline metropolitano come nel
caso della scalata al cielo della avveniristica struttura
del “Pirellone” progettata da Giò Ponti.
Prende
corpo una Milano imprenditoriale e operaia, internazionale
e multiregionale, in continua crescita produttiva con un
forte sviluppo industriale sostenuto dal serbatoio di manodopera
a basso costo alimentato da flussi migratori provenienti
dal sud d'Italia. Infatti, a Milano, come nelle altre due
città industriali del nord Genova e Torino, il mercato
del lavoro locale aveva cooptato e richiamato larghe porzioni
delle popolazioni rurali dal meridione alle zone più industriali
del nord del paese. Se il potenziale industriale e la presenza
di grandi infrastrutture sono state le premesse di una
accentuata polarizzazione delle correnti migratorie a Milano
lo si capisce subito dai volti segnati dall'emigrazione
nel reportage di Toni Nicolini alla Bicocca negli anni
60. Osservatore attento di una lettura del mosaico sociale
in riferimento ai mille volti degli immigrati nel territorio
bicoccano, Nicolini “testimonia” i meccanismi
di riconoscimento regionale, le percezioni dell’associazionismo
sindacale, le quotidiane solidarietà operaie. Per
raccontare le storie di un interno industriale il fotografo
milanese, sfruttando la sua autodidatta natura di reporter, usa
per la prima volta una sintassi per immagini completamente
nuova e il modo di riprendere gli uomini in fabbrica, appare
assai diverso anche da quello di un passato recentissimo.
Nicolini ritaglia uno spazio/fotografico di socializzazione
dove tutti sembrano ritrovarsi. La sala mensa Pirelli:
un luogo dove gli operai diventano soggetti principali,
allacciano reti amicali, solidarizzano sul lavoro, discutono
sulle aspirazioni di una classe operaia alla ricerca di
un forte spirito unitario. Il reportage di Nicolini
risulta un documento insostituibile per la ricostruzione
di una immagine sociale della Bicocca in un momento storico
dai particolari contenuti politici e culturali, e gli scatti
alla mensa consentono di fissare dettagli, espressioni,
atteggiamenti più velatamente rivelatori di un mondo
che molto spesso non riconosciamo dimora di uomini e sogni.
Nel
corso degli anni 70, in questo desiderio di rappresentare
gli aspetti più sociali della Bicocca, si inserisce
il percorso fotografico di Enzo Nocera che, riletto oggi
negli album di ordinati provini da catasto fotografico
dell'Archivio Storico, riesce a ricostruire una visione
più “complice” della rappresentazione
visiva del mondo del lavoro. Nel reportage fotografico
dal titolo Fabbrica e ufficio realizzato tra il
1974 e il 1977 alla Pirelli, si nota una certa fierezza
nelle persone che venivano riprese (Nocera, 1977). In primo
luogo, ci si riferisce alla consapevolezza del soggetto
di essere ritratto, consapevolezza che diventa complicità nella
forma dell'immagine che viene offerta; in secondo luogo,
sembra di avvertire un forte impulso comunicativo da parte
del soggetto fotografato. Impulso comunicativo indirizzato
all'esterno della fabbrica, a quelli che stanno fuori,
alle persone care, di famiglia; una sorta di prova che
documenta fedelmente l'ambiente di lavoro, quell'ambiente
al quale l'uomo è così legato per gran parte
della giornata. Gli operai e gli impiegati della Pirelli
ritratti, sono messi in posa, fermi, non certo presi di
sorpresa mentre sono al lavoro: nella momentanea sospensione
dei ritmi e dei gesti del lavoro che il fotografo esige,
essi diventano protagonisti in diretto rapporto con le
loro macchine, essi sono, almeno in fotografia, i padroni.
La cura con la quale Nocera indaga il rapporto uomo-macchina
rimanda alle immagini di Lewis Hine, non tanto ai termini
stilistici ma di intensità di impegno sociale (Valtorta,
1998).
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Quarta Sequenza: dalla fabbrica delle cose alla fabbrica
del sapere
Alla fine degli anni 70 l'espansione
orizzontale della città-fabbrica subisce un brusco
arresto. Il modello della crescita urbana che fino a qualche
anno prima sembrava inarrestabile, entra profondamente
in crisi. Le trasformazioni del capitalismo portano infatti
alla globalizzazione dell'economia che organizza a livello
mondiale processi produttivi e apparati tecnologici. Con
lo sviluppo accelerato dei nuovi settori trainanti come
quelli dell'industria microelettronica, della telematica
e dell'informatica, la società industriale
entra in un nuovo ciclo di impetuoso sviluppo e in questa
fase di massicce ristrutturazioni dei processi di lavoro
le città subiscono grandi trasformazioni architettoniche,
morfologiche, tecnologiche (Martinotti, 1993). Il paradigma
produttivo-funzionalista delle grandi aree urbane, ormai
superato, è messo duramente alla prova e le grandi
superfici destinate, un tempo, alla produzione industriale
risultano in gran parte dismesse o in fase di profonda
ristrutturazione (Borgese, Colonnello, 1987). Il processo
di trasfigurazione della gran parte degli stabilimenti
Pirelli nella cittadella universitaria della Bicocca, si
inserisce in quella operazione di riprogettazione di milioni
di metri cubi delle vaste aree-dismesse di Milano e la
fase di de-industrializzazione degli spazi pirelliani,
associati al nuovo polo universitario, segna, quella fase
di transizione da una civiltà urbana industriale
ad un modello post-industriale (Tarantini, 1997/1998).
Il
confronto tra il vecchio e il nuovo del territorio bicoccano è stato
il tema di una ricerca socio-fotografica di Filippo Podestà che
scompone e ricompone con percorsi visivi le due “forme” architettoniche
e sociali dell’industria e dell’università,
raffigurate come due momenti centrali della trasformazione
urbana milanese: la città della fabbrica e la città dei
servizi e della cultura (Podestà, 1999/2000). Ricentrare
la nuova figura architettonica universitaria sulla vecchia
forma industriale costituisce così il punto
di riferimento spaziale e sociale tra un passato recentissimo
e un futuro già in atto. Podestà con il suo
occhio ciclopico cerca di dare la giusta interpretazione
alle aspirazioni e ai progetti delle maestranze e degli
studenti, anche se l'uso del medium fotografico risente
di un certo neo-realismo che registra uno spaesamento nel
panorama metropolitano post-industriale. La produzione
fotografica di Podestà sugli spazi e sugli abitanti
vecchi e nuovi della Bicocca risulta infatti, da un lato,
attraversata da una sensazione di disagio esistenziale
per un mondo che scompare e, dall’altro, dall’attesa
per un futuro incerto in una metropoli dai contorni fisici
e produttivi non ben definiti. Lavorando sul rapporto tra
la struttura, le cose e le persone dello spazio Bicocca,
Podestà, con le sue immagini/testo (fotografie
a grande formato correlate da didascalie che riportano
aspirazioni e progetti individuali), ci trasmette quella
capacità della fotografia sociale di sorprendere,
poiché con la sua misteriosa presenza e coinvolgente
capacità di leggere la realtà, l’istantanea si
concentra su quello che possiamo definire l’aspetto
umano dei suoi protagonisti che hanno ancora una storia
da raccontare.
La trasfigurazione iconografica che descrive
il passaggio dalla
fabbrica delle cose alla fabbricaa del sapere viene
completata da Toni Nicolini che, in questo volume, ci
racconta con le sue riprese il cambiamento della vita
sociale, didattica e lavorativa del nuovo Ateneo negli
ultimi anni.
Il percorso visivo della cittadella del sapere
si apre con una serie di immagini che, ispirandosi ai
criteri adottati dagli ideatori del Progetto Bicocca,
applica un sistema di fotografia architettonica basato
sulla descrizione del sistema insediativo a griglia di
tipo industriale, al fine di conservarne interamente
la memoria strutturale (Gregotti, 2001).
Le fotografie di Nicolini riportano un modello urbanistico
composto da simmetrie e regolarità, dove passato
e presente si intrecciano come risultato di spazi produttivi
preesistenti (come gli edifici del Rettorato-U6 e U7) e
complesse strutture edili, poli di ricerca e imprese di
alto profilo, senza creare motivi di frattura urbanistica
e sociale (come il blocco dei corsi di laurea di Scienze
Ambientali-U1 e Fisica-U2, Biotecnologie-Scienze Biologiche-U3
e Scienze Geologiche-U4, gli edifici di Scienza dei Materiali-U5
ed infine la sede del CNR ).
Il rapporto tra gli edifici
storici e le nuove architetture della knowledge city è assicurato
da vere e proprie strade pedonali delimitate dagli edifici
che, da una parte e dall’altra danno vita a piazzole,
cortili e passanti sospesi che costituiscono la funzione
di asse dell’intera area della Grande Bicocca.
Un
percorso protetto che sembra snodarsi nel tempo di questo
luogo che coniuga il colore classico degli edifici storici,
evocanti un passato recentissimo di memoria operaia, con
le vetrate delle nuove strutture, somiglianti a centri
di ricerca spaziale di aspetto avveniristico.
Il racconto
fotografico di Nicolini prosegue poi con la documentazione
delle aule cablate, dei laboratori di informatica, di Scienza
dei Materiali e di Sociologia Visuale dove si utilizzano
e si sperimentano nuove tecnologie educative nei processi
di formazione ed apprendimento.
Le immagini
suggeriscono la qualità dei progetti
innovativi qui presenti ispirati al principio che “l’università nuova” della
Bicocca non è un’industria che sforna titoli
di studio, ma una fabbrica del sapere, in cui convivono
diverse energie aggregative, nuove sperimentazioni e massima
apertura alle realtà esterne presenti sul territorio.
Qui si applicano con successo nuovi modelli didattici:
didattica a distanza, video-conferenze, news-group, ambienti
virtuali, tutti elementi nuovi che si confermano sempre
più strategie indispensabili per il successo formativo
e per il completamento e l’integrazione della didattica
tradizionale e il miglioramento dei rapporti fra docenti
e studenti.
L’interfaccia della ricerca cartacea sono
le moderne biblioteche e le sale di lettura e di elaborazione
informatica che, sostenute da una doppia cablatura in rame
e fibbre ottiche e distribuite nei vari plessi architettonici
storici, nei centri di ricerca e nei numerosi laboratori,
costituiscono, in maniera decentrata e capillare, luoghi
di studio ampi e confortevoli, svolgendo così la
loro funzione di campi-base del sapere e del reperimento
di materiale informativo.
Il teatro degli Arcimboldi, struttura cittadina
affiancata dell’Ateneo, costituisce con i suoi 2400
posti un’ulteriore
fonte di offerta formativa e culturale di altissimo livello
non solo per gli studenti, ma anche per l’intero
quartiere della Bicocca e per tutta l’area della
Grande Milano.
Nel volume riproponiamo viene proposta la
ricomposizione visuale della rappresentazione dell’edificio
in un gioco di rimandi e sovrapposizione tra le immagini
virtuali elaborate nella fase di implementazione del progetto
dello studio Gregotti & Associati e le suggestive,
per la straordinaria similarità, foto di Nicolini.
La cittadella
del sapere ha anche una sua estensione geografica nel territorio
di Monza con la facoltà di
Medicina, documentata dall’aula circolare a scaloni
durante una lezione di Anatomia.
Il percorso per immagini
si conclude tornando al campus principale
della Bicocca con la documentazione dei bistrot universitari.
Una scelta precisa che, proponendo immagini di un interno
universitario, si sovrappone all’interno operaio di
quasi quarant’anni prima, che aveva segnato l’esordio
di Nicolini nel reportage sociale della fabbrica. Un déjà vu bicocchesco
che, contrapponendo le sagome operaie alle posture dei giovani
studenti, completa la trasfigurazione sociale di questo luogo
da una fabbrica delle cose in una fabbrica del sapere.
L’aria che si respira in queste immagini è sempre
la stessa, infatti la sedimentazione della socialità operaia
rivive in questo luogo con le caratteristiche tipiche della
informalità studentesca, sulla richiamata dalla cartellonistica
d’arredamento in stile pop-art americana di Roy Lichtenstein,
giganteggia a caretteri cubitali una frase: “ tell
me about you”, raccontami la tua storia.
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Riferimenti Bibliografici
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- Valtorta R., Pagine
di fotografia italiana 1890-1998,
Edizioni Charta, Milano 1998.
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La casa dell’energia.
Milano AEM. Piazza Po 3.
La casa dell’energia è un centro di servizi
polifunzionale voluto da AEM per l’uso razionale dell’energia.
Nel progetto è previsto un museo-laboratorio interattivo
dedicato ai giovani per l’apprendimento facile e ludico
di ciò che riguarda il mondo dell’energia.
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Sorge in Piazza Po a Milano in una ex sottostazione
elettrica dell’AEM; è costituita da due edifici
in clinker e cemento, interessante esempio di architettura
degli anni ’30. Il percorso si articola su due livelli
che illustrano alcune tematiche e tecnologie legate all’energia.
Segue la presentazione di alcuni fenomeni fisici e vengono
affrontati temi che spaziano dall’energia tradizionale
a quelle integrative, al rapporto tra energia e ambiente.
La superficie è di 1500 mq e comprende anche una sala
convegni con 130 posti. Il progetto scientifico espositivo è di
Ianiro Associati.
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Visite guidate per scolaresche su prenotazione
Per informazioni
e prenotazioni:
Tel: 02 77203077
Fax: 02 77203894
e-mail: grazia.cestari@aem.it |
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L'impianto è suddiviso nei sistemi
di: trattamento del combustibile, aria di processo, celle a
combustibile, raffreddamento dei moduli elettrochimici, smaltimento
del calore e condizionamento di potenza.
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Percorso didattico-scientifico
Vi segnaliamo un percorso cittadino: Dal Museo Nazionale
della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci, si può arrivare
facilmente a La casa dell’energia situata
in Piazza Po. Restando nell’ambito cittadino suggeriamo
di proseguire fino a Milano Bicocca dove,
oltre alla nuova università, esiste l’impianto
originale a celle a combustibile costruito dalla AEM.
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