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Il territorio lombardo è delimitato a nord da cime alpine e a sud dal corso sinuoso del Po a circa 150 km in linea d’aria dal passo dello Spluga; un quadro particolarmen te condizionato dal sistema idrico, innervato in tre assi fluviali e lacustri principali: a ovest il Ticino che forma il Lago Maggiore, un tempo tutto lombardo poi confine col Piemonte; nel mezzo l’Adda, con il Lago di Como, la cui parte meridionale fu per più di tre secoli con fine tra Stato di Milano e Repubblica di Venezia; a est il Mincio col Garda che segna i territori veneti. Vi sono importanti corsi d’acqua intermedi come O lona, Lambro coi laghetti briantei, Oglio con il Lago d’Iseo tributari del Po, Brembo e Serio tributari dell’Adda.

Ghiacciai e laghi sono accumulatori delle precipitazioni e regolatori e del clima, fiu mi e torrenti forniscono energia cinetica; laghi, Ticino e Adda sono da sempre vie di trasporto, connesse col Po che conduce al mare; per Milano passa la linea delle acque risorgive che delimita a nord la zona umida ove convergono tutti i corsi creando aree paludose e mutevoli divenute fertilissime ad opera dell’uomo.

I lombardi hanno sempre dovuto misurarsi col governo delle acque poiché si deve ad esse in gran parte la ricchezza della loro regione; nel XX secolo, inoltre, l’uso dell’ energia idrica per produrre elettricità si è aggiunto alle tante opportunità rafforzando il peso, non solo economico della regione.

I tratti morfologici della Lombardia consistono in tre fasce altimetriche digradanti: la fascia alpina e prealpina solcato da valli orientate verso la pianura e le città, salvo la Valtellina; vi sono boschi e pascoli, insediamenti radi, pendii coltivati, laghi dalle rive soleggiate e molto antropizzate ove crescono vite, olivo e anche agrumi.

Ai piedi dei rilievi si stende l’alta pianura, colonizzata in epoca romana e piename nte coltivata dal XII secolo con un’agricoltura parcellizzata e lungo le rive dei fiumi impianti di derivazione dell’acqua per irrigare campi e orti e muovere mulini; con nu merose attività artigianali e una fascia fitta di centri abitati gelosi della propria autonomia.

Carta idrografica lombarda
Carta idrografica lombarda (click per ingrandire)


APPROFONDIMENTO

Una macchina agraria

Carlo Cattaneo definì la bassa pianura umida irrigua (Lomellina, Lodigiano, Crem asco, Cremonese, Mantovano) una macchina agraria a carattere artificiale, costruita da una volontà perseverante.
Una costruzione iniziata dalle grandi curtes regie dell’VIII e IX secolo, poi venute in mano ecclesiastica e bonificate proprio dagli ordini monacali come i circestencensi (monaci bianchi), che introdussero la pratica della concimazione attirando mandre di bovini nel periodo invernale dalle valli alpine, riprendendo la tecnica a maggese. Con l’inizio del frazionamento dei fondi, nell’età degli incastellamenti, nel XII secolo si c ominciò a limitare lo sfruttamento dell’incolto per l’allevamento brado e dal secondo Duecento per aumentare la produzione si diffuse la pratica dell’irriguo a marcite, che utilizzava le acque risorgive a temperatura costante.
I Comuni, segnatamente Milano, anche in lotta tra loro , presero l’iniziativa della canalizzazione: si scavò il Ticinello derivato dal Ticino, che per successivi ampliamenti diventerà Naviglio Grande; si arginò il Po e gli affluenti, si sistemò il canale Muzza; per trattenere le piene si sbarrò il Mincio creando i laghi che circondano Mantova; nel XIV secolo, le signorie incrementarono le opere idrauliche costruendo il Naviglio di Pavia, il Naviglio di Bereguardo e quello della Martesana: la distribuzione dell’acqua in zone sempre più ampie realizzò un complesso intrico di fossati, rogge, canali e permise la trasformazione mobilitando competenze agrarie, idrauliche e giuridiche. Si in trodussero nuove colture come il riso, più tardi il gelso e la vite, assieme ad alberi dis posti lungo i riquadri seminativi, con pioppi e salici a costeggiare le rogge.
Nella bassa si forma la grande azienda capitalistica e la figura del fittavolo dà vita ad aziende a forte intensità di capitale. Nei primi decenni del XV secolo la necessità di curare da vicino le colture moltiplica i punti di insediamento. Sorge nel cuore della campagna la cassina lombarda, che ha dominato per secoli il paesaggio campagnolo e stendendosi alla parte asciutta. L’assetto economico non è sostanzialmente sconvolto dai mutamenti territoriali che a metà del Quattrocento portano i territori bergamaschi e bresciani alla Serenissima né muta sotto le dominazioni straniere, anche a metà del Settecento, quando, il novarese, la Lomellina e l’alessandrino verranno sottoposti alla sovranità piemontese.
Frutto di un lungo lavorio, il paesaggio padano (la piantata) ha lasciato un’impronta fondamentale alla Lombardia che non è ancora scomparsa.



Dal Medioevo all’Ottocento: una macchina industriale mossa dall’acqua.

Nella fascia collinare e asciutta, dove l’agricoltura era meno redditizia, si eressero mulini per macinare con le rispettive rogge di alimentazione usate anche per irrigare campi ed orti. Presto l’energia idrica fu usata anche per muovere macchine come le folle da lana o da carta o i magli per le fucine siderurgiche secondo la disponibilità di materie, di manodopera o altri fattori favorevoli come la collocazione lungo strade e mulattiere in uso già dai romani come quelle dei passi di Spluga, San Bernardino, Lucomagno o del Sempione, aperta nel 194 a.c., carreggiata e dotata di ospizio nel XIII secolo, o del S. Gottardo.



Metallurgia e meccanica

Dal X-XI secolo la Lombardia è popolata da manifatture specializzate per consumo interno ed esportazione; nei due secoli seguenti, anche per la crescita demografica, l'estrazione del ferro avrà uno straordinario incremento nell’area alpina e prealpina prima che altrove: nelle valli bergamasche, bresciane, fu inventato l’altoforno a tino con procedimento indiretto; il principale polo siderurgico lariano fu Lecco che produceva trafileria e fili di ferro sottili smerciati in Italia settentrionale e in Levante attraverso Venezia e poi anche Genova.
Milano era specializzata in ferramenta minuta, armamenti difensivi, ottone; piccoli centri come Cantù e Concorezzo, rispettivamente, nelle chioderie e in aghi e spilli.
Si facevano chioderie da cavallo in Valtorta, val Averara , alta Valbrembana come a Villa d’Ogna in Valseriana; armi e strumenti da taglio in acciaio a Gromo; vomeri in val di Scalve che godeva dal 1047 della libertà di commercio del ferro concessa da Enrico III per tutto il regno italico. In Valcamonica le padelle di Bienno si vendevano a Bisogne; a Odolo in val Sabbia si facevano anche prodotti d’acciaio. Armi bianche furono per secoli il prodotto tipico delle manifatture bresciane; iniziarono a declinare col venir meno dell’armatura; quelle da fuoco si concentrarono a Gardone Valtrompia con appendice a Brescia, Sarezzo e Clanezzo in val Brembana; l’impresa cremonese Cadolino aveva impianti a Clusone ed a Pontevico sull’Oglio, presso il Po. Armi da taglio e baionette, ma anche strumenti agricoli da taglio e scasso e filo di ferro grosso si producevano a Lumezzane. Il lecchese e Chiusure di Brescia primeggiavano negli articoli in rame, importato dall’agordino. Molte merci si esportavano verso Venezia e Genova.
Nel Quattrocento la conquista di Bergamo e Brescia da parte di Venezia favorì le forniture militari a Spagna e Turchia da parte di questi territori e costrinse Milano a intensificare lo sfruttamento del la Valsassina e ad importare materie prime e prodotti dalla Stiria e dalla Carinzia, la cui concorrenza, si farà sentire specie in età austriaca.
La metallurgia tradizionale soffriva per carenza energetica: si bruciava legna verde o carbone di legna; i prezzi di entrambi furono sempre alti. Fin dal periodo austriaco si cercò invano carbon fossile, lignite, torba a Leffe e nel comasco, e pure durante la Restaurazione post napoleonica era vivo il problema della scarsità di combustibili. Si dovette discipinare il taglio dei boschi e si mirò a contenere il consumo di carbone.
Ciò determinava strozzature tecniche: si usavano inefficienti trombe ad acqua per insufflare il comburente; solo nell’Ottocento esse vennero lentamente sostituite con mantici per ottenere prodotti più standardizzati; tale richiesta contrariò i produttori i cui pezzi dovevano essere vagliati e assemblati all’Arsenale di Brescia ma che beneficiavano del continuo stato di guerra. Anche i mastri fonditori bergamaschi erano ostili a innovazioni che avrebbero fatto loro perdere il lavoro.
Non mancarono beninteso eccezioni innovative come quelli della dinastia lecchese dei discendenti di Carlo Badoni che, superato l’uso tradizionale di produrre in proprio la ghisa, si diedero alla lavorazione del rottame domestico ed estero aprendo officine meccaniche da Castello a Bellano; o come i Rubini di Dongo dove si formò Carlo Enr ico Falck; o ancora la famiglia Redaelli che dal 1851 opererà sul Lario. Prima del 1850 a Castro presso Lovere, a Pisogne in Valcamonica si cominciarono a introdurre forni sul modello inglese che raddoppiavano la produttività; ottimi prodotti meccanici faceva pure l’Officina Elvetica di Milano, da cui nascerà la Breda.



Le arti tessili e altre arti

Già nel Duecento la lavorazione tessile di lino e lana domina la produzione locale, fiorente grazie all’incremento dei consumi: i panni inglesi di Milano, quelli dell’Isola comacina, di Monza, di Bergamo erano imitati in tutta l’Italia settentrionale anche gra zie alla diffusione degli Umiliati che si mantenevano soprattutto colla tessitura svolge ndo all’interno dei conventi tutte le fasi della produzione e possedevano gli strumenti: folle e gualchiere. Dal XII secolo specie a Milano, Pavia e Cremona, si diffuse il nuo- vo tessuto pesante misto di cotone (importato), lino o canapa, il fustagno, detto anche pignolato, originario del vicino oriente.
Nel Trecento la Lombardia era il maggior produttore di tessuti di lana e cotone del la penisola italiana e competeva con il lanificio della Toscana e di altre aree europee: quella provenzale-catalana, le Fiandre che esportavano tessuti fini di lana già nell’XI secolo e l’Inghilterra.
La seta, già conosciuta come prodotto orientale, si diffuse dagli anni Quaranta del XV secolo quando Filippo Maria Visconti favorì l’ingresso di lucchesi, fiorentini e genovesi, specializzati in ottimi velluti e drappi intessuti d’oro e argento; in poco tempo la nuova arte divenne trainante a Milano specie per i tessuti auroserici (seta mista a fili d’oro e argento) famosi in tutta Europa. Il fasto delle corti viscontea e sforzesca fu un potente stimolo per i setifici.
Durante la dominazione spagnola, il basso costo della manodopera spinse a portare alcune fasi della lavorazione in campagna ove si diffusero la coltura del gelso e l’ allevamento del baco: a partire dal Seicento tutto il territorio si riempì di molini da seta, impianti idraulici per la torcitura della fibra, fitti nuclei di torcitura nel varesotto e poi nel Settecento nel bergamasco, alimentati anche da mercanti svizzeri che compravano seta tratta alle fiere; filatoi ad acqua numerosi nel comasco, a Brescia, Chiari, Palazzo lo, mentre la lavorazione a mano prevalse nella Brianza monzese e lecchese. Impianti di tessitura serica erano a Milano, Varese, Monza, Cremona, Vigevano. All’inizio del Settecento decollò Como che si specializzò nelle prime fasi della lavorazione divenendo primario centro italiano, incentivata ad esportare specie in area tedesca. Declinata la manifattura auroserica, Milano restò il grande mercato regionale.
Nelle valli orobiche interi villaggi, come Gandino, si specializzarono nel cardare e battere la lana; per i fustagni ciò avvenne nella zona di Busto, Gallarate, Abbiategrasso, dove dal Quattrocento si sfibrava il lino e lo si filava col cotone.
Nel Seicento crebbero nuovi poli produttivi come il cappellificio in lana di Monza, destinato a grandi fortune; la lavorazione della carta a Toscolano sul Benaco, a Nave nel bresciano, alla periferia di Milano, a Besozzo nel varesotto; pelli e cuoio, lavorate nell’area orobica ma anche a Milano, specie per fornire le fabbriche di carrozze che servivano un mercato esteso al mantovano e al Tirolo.
Penalizzata dalla privazione dei terreni novaresi ed alessandrini ceduti al Piemonte, di metà settecento, la Lombardia riprese una dimensione territoriale rispettabile con l’ occupazione napoleonica la quale,come osservò Melchiorre Gioia, unificava e proteggeva il mercato; dopo il 1815 furono reintegrati i territori bergamaschi e bresciani con quelli mantovani e la Valtellina non più grigiona. La popolazione crescerà tra il 1815 e il 1839 da 2.100.000 a 2.550.000 abitanti.
Nell’alta pianura e verso i rilievi già tra Settecento Ottocento assunse dimensioni drammatiche il disboscamento che spogliò intere vallate, a causa sia delle richiesta di energia delle manifatture che degli effetti dei mutati rapporti contrattuali. Nel 1860 ad esempio scompariranno i boschi della Merlata, un tempo foresta a farnia e carpino; i nomi di centri abitati come Rogoredo, Cerro, Nosedo, Rosate ricordano essenze un tempo rigogliose in quei luoghi. Risvolto negativo del grande decentramento produttivo che si svolse in Lombardia tra il Seicento e l’Ottocento.
Anche nel campo tessile manifatturiero i primi passi non si svolsero in un clima propenso all’innovazione: l’agricoltura rendeva bene e le braccia costavano molto poco.
L’assetto del setificio rimase statico, orientato su trattura e filatura; la Lombardia produce il 60% delle sete italiane. Nel cotonificio si affermarono i mercanti imprenditori che favorirono una certa meccanizzazione della filatura fin dagli anni trenta ma mantennero l’assetto manuale e cittadino della tessitura, anche per le caratteristiche della domanda, orientata sulle qualità ordinarie. Anche nel lanificio di Gandino negli anni Trenta si cominciarono a introdurre macchine; nel settore cartario, Pietro Molina nel 1828 importò e brevettò macchinario inglese sans fin. Dagli anni 30 si affermò più facilmente il telaio Jacquard. Per vedere telai da nastro meccanizzati a Milano però si aspettò il 1856.
In generale la risorsa idraulica restava essenziale. Nella lavorazione del legno che già caratterizzava la Brianza milanese e comasca si usavano ancora diffusamente le seghe ad acqua alla veneziana. La legna era già esaurita e per attivare i sempre più numerosi fornelli delle filande seriche bisognò importare legname svizzero e tirolese. In ogni modo l’uso dei motori idraulici dovette sempre combattere contro gli interessi a agricoli: lo stabilimento Crespi di Trezzo ancora nel 93 veniva ostacolato nella richiesta di nuove derivazioni per non compromettere irrigazione e navigazione sull’Adda; ancora più forti erano le resistenze nel pavese e nel mantovano.
Essenziale restava il problema delle comunicazioni: nel 1777 fu aperto il Naviglio di Paderno sull’Adda che unì per via fluviale Lecco e Milano; nel 1819 il Naviglio di Pavia verso Genova (e nel 1888 il Canale Villoresi per irrigare l’alto milanese). Nella Restaurazione il miglioramento di strade carrozzabili postali e vie d’acqua interne era strumento più gradito dai produttori che l’avvento di treni e battelli a vapore (anche perché un cavallo migliorava di 5/7 volte la capacità di traino su una strada postale).
In particolare la via dello Spluga fu attentamente mantenuta per agevolare i flussi serici. La strada Ferdinandea fece la fortuna della ditta F.lli Grondona che fabbricava carrozze. In epoca napoleonica fu ristrutturata anche la strada del Sempione, percorsa da un regolare servizio di diligenza, l’altissimo valico dello Stelvio (2757 mt.) aveva un valore strategico per gli austriaci perché era la via privilegiata tra Tirolo e Lombardia. Nel 1831 fu resa via carrabile postale il San Gottardo, in territorio svizzero.
La prima ferrovia lombarda ( la seconda italiana) fu la Milano-Monza di 15 km inaugurata nel 1840 (in verità per portare il viceré alla Villa), nel 1860 c’erano solo 200 km, ma già nel 1865 la stazione di Milano era pronta e prossima a diventare la prima in Italia.



La Lombardia alla guida dell’industrializzazione italiana

Dopo l’apertura del traforo ferroviario del Gottardo(1882) Lombardia beneficiò di una nuova posizione nei rapporti coll’Europa. Quello del Sempione,1906, avvicinò decisamente Milano a Parigi.
Dopo l’Unità lo sviluppo ferroviario stimolò la meccanica pesante, poi penalizzata dalla tariffa dell’87. Nella meccanica vi furono progressi nella costruzione di tubi non saldati, macchine agricole e tessili, locomotive, macchine a vapore, rubinetteria, bulloneria, ecc.; le innovazioni nella siderurgia riguardarono il trattamento del rottame importato coi nuovi forni Martin Siemens mentre nel settore cotoniera proseguì la meccanizzazione in filatura e tessitura, come l’integrazione verticale anche con la tintoria per standardizzare il prodotto. Dal 1880 ci fu la completa meccanizzazione del cappellificio monzese, divenuta un’industria moderna ed esportatrice.
Ancora verso la fine dell’Ottocento la forza idraulica rappresentava circa la metà di quella utilizzata complessivamente. Nel comasco il numero di caldaie era alto nella trattura e nell’ultimo quarto del secolo andava crescendo enormemente quello delle caldaie a vapore (triplicate in numero e potenza dal 1876 al 1890).
In ogni modo la maggior disponibilità di carbone fossile stiriano e carinziano dovuta al miglioramento dei trasporti non eliminò il difetto di combustibile. L’impiego di energia idraulica era prevalente nelle vallate comasche, bergamasche e bresciane nel tessile, nel molitorio, nella siderurgia e meccanica. La diffusione della macchina a vapore liberò in parte dalla dipendenza dai fiumi nel settore della trattura a vapore della seta e in tutti i settori nel milanese, permettendo nuove localizzazioni più vicine alla rete dei trasporti.



Gli anni del decollo

Gli ultimi anni dell’Ottocento e i primi del XX secolo furono un periodo di espansione fortissima che faceva della Lombardia il primo comparto industriale del regno (il maggior numero di imprese con oltre 1000 addetti, 30% delle imprese con più di 100 addetti, 27% di quelle che usavano motori meccanici, 25% dell’energia motrice impiegata).
Prevalente il settore tessile, ma declino del setificio e della lana, grande espansione del cotonificio, che conobbe nel 1907 una crisi per eccesso di offerta, e delle arti tessi li varie. L’apogeo delle dinastie cotoniere: i Borghi e i Ponti del gallaratese, i Cantoni di Castellanza, i Caprotti e i Fossati Bellani del monzese, i Crespi di Vaprio d’Adda. E’ solo più tardi che i progressi della chimica faranno nascere imprese innovative come la Snia Viscosa, seta artificiale.
Le miniere erano ormai abbandonate ma l’espansione delle industrie metallurgiche era notevole: 2000 imprese con 50 mila addetti, e 30 mila hp; nel bresciano cresceva l’uso dei forni elettrici, dovunque la produzione di ferro e anche di acciaio, in particolare nel milanese dopo l’impianto delle strutture metallurgiche di Sesto S. Giovanni (Breda, Falck, Marelli ). In gran crescita anche il settore meccanico pesante con 6000 imprese e 80000 addetti con alla testa grandi imprese come Breda, Tosi, Falck, Dalmine (materiale ferroviario, turbine, macchine agricole, tubi) e la nuova industria automobilistica (Isotta Fraschini, Alfa Romeo) che stimolò il settore della gomma (Pirelli) mentre l’industria aeronautica muoveva i primi passi presso il lago Maggiore (Marchetti, Caproni,Macchi). Grande crescita dell’industria chimica: Carlo Erba, prodotti industriali, fiammiferi, medicinali, gomma, cavi e pneumatici.
Forte sviluppo anche delle industrie alimentari: Galbani (formaggi), Wuhrer e Poretti (birra), Lazzaroni (pasticceria), Branca, Bisleri, Campari (liquori). Con la Edoardo Bianchi che produceva biciclette e le macchine da cucire (Prinetti, Necchi) si afferma rono le prime industrie di beni durevoli per il consumo di massa.
Policentrismo e varietà restarono una caratteristica strutturale lombarda anche in ambito produttivo. In molte aree le produzioni specializzate si industrializzano come, le calzature di Vigevano, il mobilificio brianzolo, il lanificio bergamasco, le armi del la Valtrompia, i rubinetti di Lumezzane mentre il setificio comasco cambia riducendo la filatura e sviluppando la tessitura. Tutti segni che a partire da Milano si affermava una struttura dei consumi moderna.
Questo fenomeno e la progressiva articolazione territoriale erano resi possibili dal lo sviluppo energetico. Un indice decisivo è dato proprio dalla potenza impiegata che tra fine secolo e prima guerra mondiale aumentò quasi di cinque volte, superando i 500.000 hp. Di essa però quasi la metà era prodotta da motori elettrici.
Si aprì l’era dei grandi gruppi elettrici, favoriti dalla disponibilità di capitali, che presto dettero vita a concentrazioni come la Edison, che attraverso banca e finanza si apparentarono con i settori come il siderurgico, fortemente stimolati dalla guerra.
Dopo il I conflitto mondiale si profilò anche l’inizio dell’era dell’automobile: la prima autostrada Milano-Laghi progettata dall’ing. Pietro Puricelli si aprì nel 1924-25 , la Milano-Bergamo nel 1927, la Bergamo-Brescia nel 31, la Torino-Milano nel ‘32 . Ma si profilava anche l’alba del trasporto aereo: l’aeroporto Forlanini aprì nel 1937 a Peschiera Borromeo e la Malpensa a Somma Lombardo nel 1949.
Dopo la prima guerra mondiale ci fu un periodo confuso, ma verso il 1922 si sperò in un ritorno alla belle epoque. Tuttavia, poco dopo, la contrazione dei mercati internazionali pose in crisi tutte le imprese orientate all’esportazione e resistettero solo quel le legate al mercato interno protetto come quello elettrico o della grande metalmeccanica che viveva di commesse pubbliche. La specificità lombarda si appannò di fronte ai grandi monopoli; accanto ai colossi elettrosiderurgici e bancari, proprio negli anni Venti nacque un altro colosso: la Montecatini di Guido Donegani, già impresa mineraria toscana, fu trasferita a Milano e si dedicò alla produzione di fertilizzanti artificiali.



Cambiamenti e persitenze: verso un assetto maturo

Tuttavia guerre, autarchia, crisi mondiali non sconvolsero i connotati lombardi; la strada produttivista del secondo dopoguerra fu imboccata subito e stimolò la grande ondata migratoria dal sud degli anni Cinquanta che provocò anche un’ondata edilizia senza precedenti che, questa si, distrusse gli equilibri territoriali.
La spinta demografica in atto da oltre un secolo, eccezionale per un paese già popoloso, portò la popolazione, all’inizio degli anni Ottanta del Novecento, quasi a 9 milioni di abitanti, per poi decrescere a partire da Milano.
L’industria è cambiata ma resta segnata dalla varietà; grandi gruppi storici (Edison Pirelli, Montecatini, Marelli, Pesenti) guidano la ripresa assieme a quelli (Alfa Romeo, Falck, Breda) che entrano nella sfera pubblica, rafforzata dopo il 1953 con l’insediamento della holding petrolifera pubblica ENI e soprattutto con la nazionalizzazione dell’energia elettrica che provoca la cessione all’ENEL del settore elettrico Edison, e nel 1966 la sua fusione con Montecatini nel colosso Montedison, divenuto pubblico e poi riprivatizzato solo negli anni 90. Dagli anni Ottanta il settore della telecomunicazione si è arricchito di un polo dominante di televisione privata a Cologno Monzese.
Le grandi strategie si dipanano sotto la regia di Mediobanca che manovra il credito allo sviluppo industriale, lasciando spazio alla conservazione o all’acquisizione di posizioni di rilievo: dall’alimentare Star di Agrate alla Tosi di Legnano alla metallurgia bresciana che si è rinnovata assumendo un peso crescente nell’industria nazionale. In sintesi dopo l’accentramento sul capoluogo della prima parte del secolo, si assiste ad un nuovo decentramento verso sedi originarie dell’industrializzazione: Brianza (nel vimercatese è sorto un settore elettronico e delle comunicazioni IBM, Telettra-Alcatel, St microelectronics), alto milanese e varesotto, Valseriana, Valtrompia, Valcamonica, ma anche vigevanese, Lomellina, bassa berganasca, bresciana, cremonese e mantovana ove crescono ancora meccano-tessile, calzaturificio, calzifici o, maglieria. Sistemi locali integrati, indice di una persistente vocazione imprenditoriale, spesso con radici nell’artigianato, ma anche propensa all’innovazione e all’esportazione.
Milano e i centri maggiori hanno conosciuto una modernizzazione un po’ rallentata rispetto ai sistemi urbani europei, con un incontrollato sviluppo edilizio e una crescita dei servizi meno accentuata (basterà pensare al depuratore realizzato solo dopo il Duemila e a un sistema stradale radiocentrico, sempre inadeguato). Oltre alla costruzione della tramvia metropolitana sotterranea negli anni Sessanta e all’adeguamento degli aeroporti va sottolineato il ruolo svolto dalla Fiera come catalizzatore di interesse in ternazionale, in particolare per i vitali settore della moda e delle macchine utensili.
Il settore agricolo si è drasticamente ridimensionato: nelle aree alpina, prealpina, asciutta l’industrializzazione ed il frazionamento fondiario hanno portato alla crisi temperata dallo sviluppo turistico; alcune pendici collinari e l’area irrigua hanno invece tr ovato nuova vitalità nelle produzioni specializzate, dai formaggi di Lodi ai vini d’Oltrepò e Franciacorta.



Una vecchia risorsa rinnovata: il carbon bianco

Il percorso dello sviluppo è stato reso possibile dall’acqua che ha fornito l’energia necessaria. Quando si rese disponibile l’energia elettrica si aprì un periodo che per la Lombardia sembrò un’aurora: l’antica carenze di combustibile, l’alto prezzo del carbone importato venivano ora superati dalla ricchezza storica della regione.
Per la verità la prima elettricità fu ancora prodotta col carbone. Nel 1881 l’ing. Giuseppe Colombo, fondatore del Politecnico, attivò il Comitato promotore per l’applicazione dell’energia elettrica in Italia che l’anno dopo ottenne da T. A. Edison la licenza per l’uso del suo sistema elettrico e acquistò il vecchio teatro S.Radegonda presso il Duomo per installare le prime generatrici Jumbo, con 540 kw di potenza: la prima centrale in Europa a corrente continua che permetteva di ottenere luce elettrica.
Nel gennaio 1884 fu costituita la Società generale italiana di elettricità sistema Edison, con sede a Milano e capitale di L. 3000000. Primo presidente fu Enrico Rava della Banca Generale. Nel 1887 Edison si convenzionò col Comune per fornire l’illuminazione pubblica e a tale scopo nel 1892 il Comune creò un’officina generatrice in via Vico per integrare la rete Edison.
La produzione elettrica non era abbondante: nel 1884 attivava 5300 lampade a incandescenza, nel 1889 15000 e 500 private, nel 1894 38000 con 624 ad arco private, nel 1898 65555 con 817.
Nel 1893 la Edison realizzò un tratto sperimentale di linea tramviaria di 5 km. tra Duomo e Corso Sempione con 13 carrozze per portare fino a 20000 persone al giorno; nel 1895, dopo che Edison ebbe incorporato la vecchi a Società anonima omnibus che gestiva il servizio di trasporto pubblico, si stipulò la convenzione Edison-Comune per il servizio tranviario e partirono le linee a trazione elettrica di 5 km da Varese alla Prima cappella del Sacro Monte e da Milano a Musocco.
Il rafforzamento della situazione finanziaria con gli accordi con la Banca commerciale italiana appena costituita permise di avviare la costruzione della centrale idroelettrica di Paterno, d’Adda ultimata nel 1898, poi intitolata ad Angelo Bettini, mentre nel 1897, a Porta Volta , entrava in funzione un impianto termoelettrico. Nell’anno del le cannonate di Bava Beccaris il sevizio tramviario, con 240 vetture, era elettrificato.
Era l’inizio d’una vicenda imprenditoriale straordinaria portata il cui pieno dispie- garsi nei successivi decenni avrebbe agito da propellente per lo sviluppo industriale lombardo. Nel 1905 verrà costituita la Società elettrica suburbana milanese per distribuire nel nordovest di Milano; nel 1914 verrà aperta la seconda centrale sull’Adda a Robbiate, poi intitolata a Carlo Esterle.
L’estensione dell’energia elettrica all’illuminazione nelle fabbriche fece sorgere naturalmente contrasti coi produttori di gas che dominavano l’illuminazione.
L’affermazione definitiva dell’elettricità avviene a fine anni Novanta: il successo degli esperimenti di trasporto a distanza dell’energia elettrica e la scelta della corrente alternata permisero lo sfruttamento dei salti d’acqua alimentando il mito del carbone bianco e le speranze di una prossima liberazione dall’importazione di coke.
Nel 1897 erano allacciati alla rete elettrica milanese 94 motori per 132 kw, nel 190 0 2000 con 6700 kw. Nell’intera Lombardia: si passò dai 25.700 Kw del 1898, ai 123.500 del 1908, circa il 25 % della potenza totale installata in Italia.
A parte la Edison, che ebbe il ruolo fondamentale, in ogni capoluogo di provincia, ma anche in molti centri significativi furono costituite Società elettriche (bergamasca, pavese ecc.) per sfruttare la formidabile innovazione. Quando nel 1903 legge Giolitti permise l’assunzione dei pubblici servizi da parte dei comuni, i municipi si mossero per assicurare i servizi alle città in fase di forte espansione. Fu una corsa tumultuosa alla costruzione di nuove centrali, che inizialmente riguardarono Ticino e Adda, ma ben presto risalirono le valli alpine alla ricerca di fonti.
Nel 1896 la Società italiana per le Condotte d’acqua ottenne di aprire un canale navigabile parallelo al Villoresi, ricavato dal Ticino fino a Vizzola dove era previsto l’utilizzo del salto di 28 mt. (19000cv). Fu dunque fondata la Società lombarda per la distribuzione di energia elettrica cui parteciparono Condotte, Credito italiano, Società continentale per imprese elettriche di Norimberga, Ernesto de Angeli, Giacomo Balestra, Tommaso Bertarelli, Rinaldo Panzarasa, Ettore Conti. Vizzola entrò in azione tra il 1899 e il 1900, con 7 generatori e circa 10000 kw di potenza, inaugurata da re Umberto I poco prima della sua morte.
Nel 1901 l’ing. Ettore Conti, sviluppando l’iniziativa precedente, fondò la Società anonima per imprese elettriche Conti & C. di cui la Edison sottoscrisse L.700.000 dei 3 milioni di capitale; autonoma, ma di fatto braccio operativo della Edison. La Conti costruì la centrale di Turbigo completata nel 1904, un impianto termico a Castellanza per compensare i deficit idroelettrici in periodi di magra (4 gruppi per quasi 7000 kw).
La domanda pressante spinse a firmare nel 1906 un accordo con svizzeri e inglesi per realizzare la centrale di Campocologno in Val Poschiavo in territorio svizzero che forniva kw 14000 alla Lombardia; intanto preparava l’impianto di Zogno sul Brembo Si trasmettevano migliaia di kw a 150 km di distanza con linee da 50000 Kv; presto la potenza erogata fu portata a 20000 kw.
Nel frattempo la Società idroelettrica italiana costruì una centrale ad Ardenno allo sbocco della val Masino e una in val Malenco sul torrente Mallero entrate in funzione nel 1910- 11 con circa 10000 kw.
Nel 1909 la Edison controllava la maggioranza della Conti che nel decennio successivo avrebbe sviluppato quattro impianti sul corso del Toce in Val d’Ossola.
Nel 1904 si fondarono la Società elettrica ing. Banfi e la Società per le forze idrauliche di Trezzo d’Adda per servire la zona di Monza, la bassa Brianza e il nord Milano.
Nel 1905 si costituì la Società elettrica bresciana (SEB) cap. L. 2,5 milioni erede de lla “Porta & C.” che dal 1884 aveva garantito la pubblica illuminazione elettrica a Brescia, e dal 1885 erogava energia elettrica ai privati per illuminazione e forza motrice. Assorbite varie società elettriche del Bresciano, elevato il capitale a 8 milioni, ed ered itate le centrali sul fiume Chiese della Porta, costruisce le linee tranviarie elettriche di città e provincia entro la prima guerra mondiale ponendo Brescia in testa a tutte le province italiane in tale campo. Nel 1907 estese la fornitura di energia elettrica alle province di Cremona e Manto va e costruisce una centrale termica in città, potenziata nel 1926 e tre idroelettriche in Val Chiese, val Sabbia e Valcamonica (Gratacasolo poi Malonno-Cedegolo e sul Dezzo).
Nel 1906 si fondò la Società anonima Orobica, sotto l’egida della Edison (capitale di 6 milioni di cui 1 della Edison e 375.000 passate alla Conti) promossa da Società del gas di Lecco, Società della Brianza di Merate, Banca di Lecco e Banca popolare briantea, con sede a Lecco ed un ruolo molto importante del marchese Giulio Prinetti. Gestì all’inizio una società di distribuzione dell’acqua, le officine del gas di Lecco e Cernusco, una fornace e una miniera, tutte cedute in seguito. In seguito in corporò le centrali di Roncaglia, Serrati e la termoelettrica di Lecco potenziata; si decise subito la costruzione di un nuovo impianto a S. Pellegrino in Val Brembana.
Si incaricò dei distribuire energia elettrica in Valsassina e sulla sponda sinistra del lago, incorporando varie società locali; realizzerà impianti in provincia di Como sul Pioverna (Bellano) e Premana sul Varrone,di Bergamo e Sondrio.
Nel 1907 nacque la Società generale elettrica dell’Adamello (GEA) che aveva tra i fondatori la famiglia Prinetti Stucchi e la Società per le strade ferrate meridionali con 10 milioni di capitale; la Edison partecipò alla costituzione per una quota minore, con la Conti. Questa società svilupperà impianti idroelettrici in Valcamonica sull’Oglio superiore; come quello di Isola entrata in funzione nel 1910.
Ancora nel 1907 sorgeva la Società Dinamo, con capitali svizzeri e tedeschi, per costruire impianti in Val Divedro, incorporando una Società forze motrici dell’Anza che aveva un a centrale idroelettrica a Piedimulera in Ossola e una termica a Novara. Da Varzo fu diramata la corrente per elettrificare la ferrovia Milano-Gallarate-Varese (1912).
Appena la legge lo permise, per rompere il monopolio esercitato dalla Edison, l’amministrazione comunale di Milano decise la municipalizzazione del servizio elettrico: per alimentare i servizi pubblici aprì dapprima una centrale a vapore in p.za Trento e dal 1905 il comune poté esercitare direttamente l’illuminazione stradale. Nel giugno di quell’anno poi si assicurò concessioni d’acqua in Valtellina e nel 1910 entrò in funzione la centrale di Grosotto (12000 kw e linee di trasmissione a 60 kv per Milano).
Nel dicembre 1910 si costituiva ufficialmente l’Azienda elettrica municipale. Dopo una lunga trattativa tra questa e la Edison nel 1916 anche il servizio tranviario, con spesa modesta, veniva definitivamente municipalizzato (la Azienda tranviaria municipale sarebbe stata costituita solo nel 1930).
Nel 1909 anche il Comune di Brescia costituì la sezione energia elettrica dell’Azienda dei servizi municipalizzati, che aveva inaugurato nel 1906 trasporto pubblico e fornitura del ghiaccio. In quell’anno il municipio riscattò da SEB l’impianto sul Chiese e la rete cittadina per gestirla autonomamente utilizzando anche l’energia proveniente dalla centrale di Caffaro. Nel 1920 SEB assorbita da Edison si sdoppiò dando vita alla Società Tramvie elettriche bresciane. Nella vicina Bergamo fin dal 1907 era stata creata una Azienda tranviaria comunale.
L’energia elettrica permetteva la facile allocazione degli impianti manifatturieri anche se agricoltori e comunità locali non avevano più accesso libero alle portate estive. Ne derivarono lunghi contrasti che si composero solo negli anni Trenta con la costruzione di dighe regolatrici dei laghi prealpini all’imbocco dei loro emissari, formando bacini di ritenuta dei maggiori apporti estivi per farli defluire in periodi invernali.
E naturalmente vi fu grande crescita dell’industria di macchine e materiali elettrici: su quel piano però l’Italia era in ritardo, quindi la crescente domanda fu soddisfatta dalle grandi imprese tedesche o americane (Siemens, Aeg, General electric).
Il quadro venne regolamentato dal decreto Bonomi del 1916 che estendeva le concessioni per cinquant’anni ponendo però il problema dell’intervento statale per la gestione del sistema.



L’epoca delle guerre: la Edison padrona della Lombardia e del Norditalia

La Edison sotto l’abile direzione di Carlo Esterle subentrato a Giuseppe Colombo, e Angelo Bettini fu capace prima di stimolare e poi di assecondare una domanda di energia in ulteriore espansione durante la I guerra mondiale, grazie anche al crescente impiego dell’elettricità come forza industriale. Dominante sul mercato e con una rete distributiva assai ampia, Edison, principale gruppo elettrico italiano, proseguì la sua espansione acquisendo consistenti parti del capitale di società minori e garantendosi la distribuzione.
La guerra e la crescita dell’elettrosiderurgia indussero a costruire nel 1917 la centrale di Calusco per integrare il complesso Robbiate-Paderno, migliorando l’utilizzo delle acque di morbida dell’Adda oltre la portata di Robbiate.
Nel 1918 cominciarono i lavori l’impianto sul torrente Ovesca in Valle Antrona (Ossola) che portarono a realizzare 2 centrali e la trasformazione in serbatoio di un lago naturale.
Nel 1919 Edison passò a controllare SEB, che durante la guerra, spinta dal vertiginoso aumento della domanda a costruire ancora impianti a Tagliuno e Ceto sull’Oglio e in Val Sabbia e ad ottenere la concessione del lago d’Idro come serbatoio.
Nel 1918 Giacinto Motta, docente al Politecnico, subentrò allo scomparso Esterle e diede vita a due nuove imprese: la Società idroelettrica Cisalpina e la Società elettrica interregionale, che nel 1921-22 cominciarono a costruire impianti di produzione sul torrente Liro in Valle Spluga, e di distribuzione a Brugherio per distribuire in Emilia e in Liguria l’energia prodotta a Milano.
Nel 1923 su acquistato il palazzo di Foro Buonaparte 31, sede prestigiosa della società. Nel 1926 fu assunto il pieno controllo della Dinamiche dopo la I guerra mondiale aveva costruito la diga sul lago d’Avino e più tardi la centrale di Vallemosso nel Biellese: un complesso da 50000 kw.
Disponendo di una produzione complessiva di 1,4 TWh la Edison era il primo gruppo italiano e la sua influenza si estese a Lombardia, Piemonte orientale, Liguria e Appennino tosco emiliano. Si divideva produzione e distribuzione con SADE veneta, SIP piemontese e Centrale (gruppo Pirelli.Orlando).
Nel 1926 fu assorbita la Conti, già controllata, che portava un patrimonio di nuove centrali: oltre a quelle sul Toce e in Ossola, le centrali sul Ticino, tra cui quella nuova di Turbigo, in Valmalenco in Val poschiavina, in alta Brembana con 3 dighe e quella di Carona che si collegava alla distribuzione di Cislago con linea di 130 kv, in totale 86000 kw e 900 km di linee elettriche.
Nel 1929 fu la volta di Società elettrica bergamasca, Società per le forze idrauliche di Trezzo d’Adda Benigno Crespi, la valseriana Società idroelettrica del Barbellino e la trentina Società generale elettrica con impianti a Cogolo in Val di Peio e Mezzoco rona allo sbocco della Val di Non. La GEA entrerà nel 1933 nell’orbita Edison portan dovi la centrale di Temù, costruita nel 1922.
L’incorporazione degli apparati orobici fu completata nel 1938 con l’acquisizione dell’Orobica, che nel 1918 con Conti e Credito Italiano aveva fondato Società forze idrauliche alto Brembo concentrando le centrali su Adda, Brembo e Serio (100000 k w), e nel 1940 della Società elettrica Zogno.
All’inizio degli anni Trenta la crisi economica obbligò a ridurre i programmi espansivi ma questo, al più, rallentò la strategia di progressiva acquisizione di altre società per raggiungere il controllo del mercato. Essa comunque permise di superare la crisi: dal 1937 al ‘39 fu ristrutturata la centrale di Vizzola portando la potenza a 39000 kw e nel 1943 fu creata la centrale di Tornavento, poco a valle.
Nell’orbita Edison era pure la Ovesticino, erede della Officine elettriche di Novara, fondate nel 1904, costituita nel 1930 e operante in Piemonte orientale fino alla provin cia di Torino e nel pavese. Verrà definitivamente incorporata nel 1955.
Prima del secondo conflitto mondiale gran parte del “triangolo industriale”, Lombardia, Liguria, est-Piemonte veniva rifornito di energia elettrica dal gruppo milanese. Ciò corrispondeva del resto ad una strategia definita, alimentata dalle grandi banche, specialmente la Banca commerciale e il Credito italiano, che sostenevano l’elettrifica- zione dell’industria italiana.
La II guerra mondiale portò molti danni, come il bombardamento, nell’estate 1943, della centrale di Cislago e di varie stazioni di trasformazione e linee elettriche. Ancor più grave fu la scomparsa dell’anziano presidente Giacinto Motta, sostituito da Pietro Ferrerio e Giorgio Valerio. Alla fine del conflitto il gruppo sarà commissariato nella persona del prof. Ercole Bottani, del Politecnico, ma dal 1946 il controllo tornò nelle mani del gruppo di controllo e subito l’attività di distribuzione si estese da Trezzo a Gorgonzola, poi a Pandino, Crema, Pizzighettone.
Edison estese la sua azione all’attività di ricerca. Già il presidente Motta, da poco scomparso, aveva fondato presso l’ateneo milanese la Fondazione politecnica italiana poi a lui intitolata. Nel dopoguerra il gruppo contribuì a costituire il Centro elettrotec nico sperimentale italiano (CESI) con apparecchi per prove elettriche; nel 1946 sorse il Centro informazioni, studi, esperienze (CISE) primo nella ricerca nucleare in Italia, nonché l’Istituto sperimentale metalli e strutture (ISMES) di Bergamo.
L’attività di costruzione proseguì con la ristrutturazione degli impianti ex Conti in Valtellina a Sondrio, Lanzada, Campo Moro con la grande diga dell’Alpe Gera, la nuova centrale di Ardenno in Valmasino tutti collegati con la centrale di Cislago; inoltre si costruirono quelli del Liro-Livo, dei torrenti Bitto in Valgerola e Mera in Valchiav enna, una nuova centrale in Valle Spluga a Isolato e Prestone, a Pantano d’Avio e So nico Cedegolo in Valcamonica. Fuori della Lombardia si ampliò la centrale di Cogolo , e si costruì quella nuova di Santa Giustina sul Noce colla diga più alta d’Europa, si rinnovarono quelli sul Toce.
Il dopoguerra fu anche il periodo in cui prese piede la costruzione di centrali termoelettriche a idrocarburi. Esisteva già un impianto a Genova dal 1929; ad esso furono affiancati quelle di Piacenza e la Spezia, quest’ultimo il più grande dell’Europa conti nentale mentre nel capoluogo ligure (1960) furono installati nuovi gruppi acquistati negli USA. In complesso la potenza termoelettrica Edison passò da 146.000 kw nel 1949 a oltre 730.000 del 1962, decuplicando il lavoro erogato (da 348 a 3437 m.ni di kwh). Dal 1954 si era anche iniziata una propria ricerca di idrocarburi in Sicilia.
Ma naturalmente non fu mai distolta l’attenzione dal ramo idroelettrico: nel 1955 fu creata la Edisonvolta per raccogliere e rendere autonoma l’attività elettrica di un ruppo ormai esteso ad altri settori. Nella seconda metà anni Cinquanta partecipò alla costruzione della Kraftwerke Hinterrhein cui apportò lo sbarramento del Reno in Val di Lei nel tratto in territorio italiano: diga ad arco di 143 mt. e 600 di sviluppo) con capacità di 200 m.ni mt.c., la maggiore mai realizzata per altri 700.000 kwh annui.
Dalla realizzazione degli impianti liguri ed emiliani e di quelli sul Reno prese avvi o la linea da 400 kv. Grandi stazioni ricevitrici furono realizzate a Baggio, Bovisio e Verderio.
La SELNI (Società elettronucleare italiana) costituita nel 1960 da Edison con Elec- tricité de France e altre società italiane realizzerà nel 1964 la Centrale elettronucleare Enrico Fermi di Trino Vercellese con 257000 kw, la prima in Italia.
Alla fine del 1962, in seguito alla nazionalizzazione del settore, veniva costituito l’Ente nazionale per l’energia elettrica (ENEL) cui erano trasferite le attività produttive , di trasporto, distribuzione e vendita. La quota della Edison rappresentava il 20% del totale nazionale. Nel 1966 verrà deliberata la fusione delle altre attività con la Montecatini, che già aveva assorbito la SADE, nella nuova finanziaria Montedison.



I grandi autoproduttori

Nella prima fase dello sviluppo industriale agirono molte imprese specializzate in produzione e distribuzione; poi alcuni grossi gruppi iniziarono a produrre e trasportare l’energia che serviva ai loro impianti. Prima del 1915-18 molte imprese tessili e car tarie si autoproducevano l’elettricità, poi vennero i giganti chimici e siderurgici.
Durante la guerra mondiale la penuria di carbone spinse Giorgio Enrico Falck, presidente della Società acciaierie e ferriere lombarde, beneficiando di una normativa più favorevole, a costruire impianti in Valtellina, al Buffetto, prelevando l’acqua dell’ Adda poco a monte di Sondrio; nel 1919 era inaugurata la centrale con l’elettrodotto che portava alla stazione utilizzatrice di Sesto S. Giovanni scavalcando il passo S. Ma r co. Era così segnato l’ inizio della grande autoproduzione in Italia. Seguirono altri 9 impianti Falck in Valtellina, 2 in Piemonte e 2 sul fiume Magra. Gran parte delle turbine vennero fornite dalla Franco Tosi di Legnano.
Anche la chimica Montecatini si mise presto su quella strada: oltre agli impianti termoelettrici presso gli stabilimenti, negli anni 20 diede inizio alla costruzione di centrali idroelettriche: nel 1929 aprì quella in Valle Anzasca; dagli anni trenta agli anni Cinquanta svilupperà vari impianti in Alto Adige, in Val Gardena, Val Venosta e Val Pusteria. Per trasportare l’energia agli stabilimenti si realizzò una rete da 130 e 220 kv; particolarmente significativa la linea di 200 km che collega Glorenza in Val Venosta a Cesano Maderno passando per lo Stelvio.
I due maggiori autoproduttori, Falck e Montecatini, nel 1948 realizzarono un accordo con con AEM, AGIP, Edison fondando la STEI per costruire nella bassa lodigiana, a Tavazzano, una centrale termoelettrica a metano. Entrata in funzione nel 1952, essa fu inizialmente dotata di 2 gruppi da 140 MW e si sviluppò fino a 320.
La Falck ha costituito la SONDEL per gestire gli impianti elettrici che nel 1994 ha migliorato quelli sul torrente Venina in Valtellina con due dighe e 4 centrali da 135 Mw e 360 m.ni di kwh con ulteriori captazioni sui torrenti Livrio, Cervio, Marasco. Nel 2000 la SONDEL è stata rilevata dalla nuova Edison privatizzata. Nel frattempo a Sesto S. G. la centrale termica di cogenerazione di energia elettrica e vapore (1 gruppo turbo gas e 1 turbina a vapore) è stato in parte ceduto ad AEM per la città di Sesto S.G. per 56MW e 360 m.ni di kwh.
Nel 1979 la Montedison aveva costituito la SELM spa poi Edison spa che gestì il rinnovamento delle centrali termoelettriche, con adozione del gas con cicli termodinamici basati sul ciclo combinato.



L’attività dell’ENEL in Lombardia

Con la nazionalizzazione Milano perse la sua caratteristica di punto di riferimento dell’industria elettrica, che si spostò a Roma e a Genova. Gli impianti al servizio della chimica - i tre sull’Adda più altri in Valcamonica e in Trentino Alto Adige - furono conservati dalla Edison e passati a Montedison nel 1966; quest’ultima divenne così il maggior autoproduttore per 3,5 mld kwh con 2400 km di rete. Nel 1979 essa creò la SELM, divisione servizi elettrici del gruppo. Gli altri impianti passarono gradualment e all’ENEL: quelli termoelettrici di Tavazzano, Turbigo, Ostiglia, Sermide furono integrati da una linea a 400 kv. Nel ramo idroelettrico vi furono grosse innovazioni: la centrale di produzione-pompaggio di RoncoValgrande presso Luino (1971)di 1000 Mw con 8 gruppi pompa-turbina-generatore elettrico che utilizza il dislivello tra lago Maggiore e lago di Delio; quella di S.Fiorano in Valcamonica (1973-‘74)con 4 gruppi da 150 Mw grazie al salto di 1800 mt, tra i maggiori al mondo, tra il lago d’Arno e il bacino artificiale inferiore ricavato nella piana dell’Oglio; la centrale di Edolo (1983-85) di 1000 Mw con 8 turbine destinata, tramite meccanismo d’inversione, anche al pompaggio per utilizzare l’energia disponibile nei momenti di basso consumo, che sostituì la vecchia di Temù.
Numerosi sono naturalmente gli impianti gestiti dal Compartimento di Milano di ENEL fuori regione: tra essi la centrale di La Casella a Piacenza, e la centrale nuclea re di Caorso da 900 MW ultimata nel 1977.
Il trasferimento all’ENEL degli impianti idraulici delle imprese allo scadere della concessione per l’uso delle acque previsto dalla Legge 6 dicembre 1962 n. 1643, fu prorogato alla condizione che venissero introdotti miglioramenti agli impianti. sino al 1991 le imprese dovevano cedere all’ENEL le loro eccedenze di produzione, ma nel 1991 una legge ha liberalizzato la cessione dell’energia prodotta.
ENEL Lombardia nel 1991-92 ha messo in funzione a Tavazzano due unità nuove da 320 MW a policombustibile (metano, nafta o carbone).


AEM

Chi è rimasto in un assetto sostanzialmente stabile fino ad anni recenti è la AEM.
Nel dicembre del 1961 fu costruita la nuova centrale termica a Cassano d’Adda con un gruppo di 80000 kw; alla realizzazione partecipò al 25% anche l’Azienda dei servizi tecnici municipali di Brescia. A fine anni 60 la potenza complessiva delle cen trali valtellinesi Premadio, Grosso, Grosotto, Fraele, Stazzona e Lovero raggiunse i 500.000 Kw, oltre ai 100.000 di Cassano a cui nel 1984 viene aggiunto un gruppo tur bogas da 25000 kw e uno nuovo da 150000.
Oggi gli impianti in Valtellina sono 7 (580.000 kw) e comprendono il canale di gronda a 2000 mt. dal versante del Danubio a quello del Po della morbida estiva del torrente Spöl che poi torna in Engadina e affluisce all’Inn, costruito in seguito all’ accordo internazionale con Svizzera e Austria per 90 milioni di mtc d’acqua. I serbatoi sono quelli di S.Giacomo e di Cancano II a ca. 2000 mt. e permettono la regolazione stag ionale dei flussi assicurando una riserva invernale di 600 milioni di kwh sono stati co struiti circa 150 Km di canali. I collegamenti hanno 1260 km di linee a 130 e 220 kv dalle stazioni di trasformazione (Premadio e Grosso) alle ricevitrici di Milano nord e sud che trasformano a 23 kv e 220 kv e a sottostazioni con rete di 3300 km di cavi. Per ultima è stata costruita la centrale di Braulio che raccoglie l’acqua della Valfurva e la porta con un canale di Gronda a Cancano II, 20000 Kw.
AEM serve il 50% delle utenze milanese oltre a metropolitana e trasporti urbani, illuminazione, acquedotto, stabili comunali; cede all’ENEL l’energia non utilizzata. A Milano si è svolto negli ultimi anni un dibattito sulla privatizzazione di AEM che renderebbe più autonoma e agile l’impresa; l’accordo è stato generale sulla sua trasformazione in società per azioni, mentre meno ampio è il consenso alla cessione a privati.


Bibliografia


Il Gruppo Edison 1883-2003. Profili economici e societari , a cura di Marco Fortis, Claudio Pavese e Alberto Quadrio Curzio, 2tomi, Il Mulino, Bologna, 2003.

Storia della Lombardia, 1) Dalle origini al Seicento; II) Dal Seicento a oggi , a cura di Livio Antonielli e Giorgio Chittolini, Roma-Bari, 2003.

Giuseppe M. Longoni, Panorama economico, in Lombardia Regione d’Europa, Lati va, Varese 1993, pp. 94-113.

Albertina Galli, Il territorio e la sua organizzazione, ivi, pp. 6-21.

Aldo Velcich, Industria elettrica, in Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Storia di Mila no, vol. XVIII, t. 3, pp. 795- 811.

Sergio Stocchi, Vie d’acqua in Lombardia, fotografie di Bernardino Mezzanotte, Federico Motta, Milano, 1991.

Storia dell’industria lombarda, a cura di Sergio Zaninelli, Il Polifilo, Milano, vol. l, Un sistema manifatturiero aperto al mercato. Dal Settecento all’unità politica, 1988; vol. II, t. 1, Alla guida della prima industrializzazione italiana. Dall’Unità politica al la grande guerra, 1990, Id. t. 2, 1991; vol. III, Sviluppo e consolidamento di un’ eco- nomia industriale. Dalla prima alla seconda guerra mondiale, 1992.

Giorgio Bigatti, La formazione di una regione industriale. Lombardia 1880-1940, in L’immagine dell’Industria lombarda 1881-1945 , Silvana, Milano,1998, pp.12-33.

Claudio Pavese, L’azienda energetica municipale di Milano, in Storia delle aziende elettriche municipali, a cura di Piero Bolchini, Laterza, Roma-Bari, 1999, pp. 303-355.

Storia dell’industria elettrica in Italia, a cura di Valerio Castronovo, Giuseppe Galas so, Giorgio Mori, Giovanni Zanetti, Laterza, Roma-Bari, 1994, vol. 1 Le origini 1882 - 1914, vol. 2 Il potenziamento tecnico e finanziario 1914-1925, vol. 3 Espansione e monopolio 1926-1945, vol. 4 Dal dopoguerra alla nazionalizzazione 1946-1962, vol. 5 Gli sviluppi dell’ENEL 1963-1990.

DOMANDE E RISPOSTE


Quale è stata l’importanza dell’acqua nella storia della Lombardia?
Per l’irrigazione, per la produzione di energia cinetica per le manifatture, per la navigazione.

Quali sono state le principali attività manifatturiere della Lombardia prima dell’industrializzazione?
Quella tessile: lanificio concentrato nel bergamasco, setificio concentrato nel comasco e a Milano, cotonificio concentrato nelle valli dell’Olona e del Lambro; quella metallurgica concentrata nel bresciano e nel lecchese.

Chi fu il pioniere dell’energia elettrica in Italia?
L’ing. Giuseppe Colombo, fondatore del Politecnico di Milano e della Società Edison.

Dov’era la prima centrale di produzione elettrica in Italia?
A Milano, in via S. Radegonda e fu aperta nel 1883.

Come si produceva l’elettricità?
Con un motore a vapore alimentato a carbon fossile.

Quale fu il primo impianto idroelettrico?
La centrale di Paderno d’Adda, costruita dalla Edison ed entrata in funzione nel 1898.

Quando fu costruito la prima centrale termoelettrica della Edison?
Nel 1929 a Genova.

Tra le due guerre mondiali quali erano le maggiori società elettriche operanti nel Norditalia?
La Edison lombarda, la SADE veneta, la SIP piemontese.

Quando si sviluppò la costruzione di centrali termoelettriche?

Verso il 1960.

Cosa vuol dire ENEL?
Ente nazionale per l’energia elettrica, creato con legge del dicembre 1962 che nazionalizzava la produzione e distribuzione dell’elettricità in Italia.

Quale fu la prima centrale elettronucleare italiana?
Quella di Trino Vercellese della Società elettronucleare italiana costruita nel 1964.



 


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