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Il territorio lombardo è delimitato a nord da
cime alpine e a sud dal corso sinuoso del Po a circa 150
km in linea d’aria dal passo dello Spluga; un quadro
particolarmen te condizionato dal sistema idrico, innervato
in tre assi fluviali e lacustri principali: a ovest il
Ticino che forma il Lago Maggiore, un tempo tutto lombardo
poi confine col Piemonte; nel mezzo l’Adda, con il
Lago di Como, la cui parte meridionale fu per più di
tre secoli con fine tra Stato di Milano e Repubblica di
Venezia; a est il Mincio col Garda che segna i territori
veneti. Vi sono importanti corsi d’acqua intermedi
come O lona, Lambro coi laghetti briantei, Oglio con il
Lago d’Iseo tributari del Po, Brembo e Serio tributari
dell’Adda.
Ghiacciai e laghi sono accumulatori delle
precipitazioni e regolatori e del clima, fiu mi e torrenti
forniscono energia cinetica; laghi, Ticino e Adda sono
da sempre vie di trasporto, connesse col Po che conduce
al mare; per Milano passa la linea delle acque risorgive che
delimita a nord la zona umida ove convergono tutti i corsi
creando aree paludose e mutevoli divenute fertilissime
ad opera dell’uomo.
I lombardi hanno sempre dovuto
misurarsi col governo delle acque poiché si deve
ad esse in gran parte la ricchezza della loro regione;
nel XX secolo, inoltre, l’uso dell’ energia
idrica per produrre elettricità si è aggiunto
alle tante opportunità rafforzando il peso, non
solo economico della regione.
I tratti morfologici della
Lombardia consistono in tre fasce altimetriche digradanti:
la fascia alpina e prealpina solcato
da valli orientate verso la pianura e le città,
salvo la Valtellina; vi sono boschi e pascoli, insediamenti
radi, pendii coltivati, laghi dalle rive soleggiate e molto antropizzate ove
crescono vite, olivo e anche agrumi.
Ai piedi dei rilievi
si stende l’alta pianura,
colonizzata in epoca romana e piename nte coltivata dal XII
secolo con un’agricoltura parcellizzata e lungo le
rive dei fiumi impianti di derivazione dell’acqua per
irrigare campi e orti e muovere mulini; con nu merose attività artigianali
e una fascia fitta di centri abitati gelosi della propria
autonomia. |
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Carta idrografica
lombarda (click per
ingrandire) |
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Una macchina agraria
Carlo Cattaneo definì la bassa pianura umida
irrigua (Lomellina, Lodigiano, Crem asco, Cremonese, Mantovano)
una macchina agraria a carattere artificiale, costruita
da una volontà perseverante.
Una costruzione iniziata dalle grandi curtes regie dell’VIII
e IX secolo, poi venute in mano ecclesiastica e bonificate proprio dagli ordini
monacali come i circestencensi (monaci bianchi), che introdussero la pratica
della concimazione attirando mandre di bovini nel periodo invernale dalle valli
alpine, riprendendo la tecnica a maggese.
Con l’inizio del frazionamento dei fondi, nell’età degli incastellamenti,
nel XII secolo si c ominciò a limitare lo sfruttamento dell’incolto
per l’allevamento brado e dal secondo Duecento per aumentare la produzione
si diffuse la pratica dell’irriguo a marcite, che utilizzava le
acque risorgive a temperatura costante .
I Comuni, segnatamente Milano, anche in lotta
tra loro , presero l’iniziativa della canalizzazione:
si scavò il Ticinello derivato dal Ticino, che
per successivi ampliamenti diventerà Naviglio
Grande; si arginò il Po e gli affluenti, si
sistemò il canale Muzza; per trattenere le piene
si sbarrò il Mincio creando i laghi che circondano
Mantova; nel XIV secolo, le signorie incrementarono
le opere idrauliche costruendo il Naviglio di Pavia,
il Naviglio di Bereguardo e quello della Martesana:
la distribuzione dell’acqua in zone sempre più ampie
realizzò un complesso intrico di fossati, rogge,
canali e permise la trasformazione mobilitando competenze
agrarie, idrauliche e giuridiche. Si in trodussero
nuove colture come il riso, più tardi il gelso
e la vite, assieme ad alberi dis posti lungo i riquadri
seminativi, con pioppi e salici a costeggiare le
rogge.
Nella bassa si forma la grande azienda capitalistica
e la figura del fittavolo dà vita ad aziende a forte intensità di capitale. Nei primi decenni
del XV secolo la necessità di curare da vicino le colture moltiplica
i punti di insediamento. Sorge nel cuore della campagna la cassina lombarda,
che ha dominato per secoli il paesaggio campagnolo e stendendosi alla parte
asciutta. L’assetto economico non è sostanzialmente sconvolto dai mutamenti
territoriali che a metà del Quattrocento portano i territori bergamaschi
e bresciani alla Serenissima né muta sotto le dominazioni straniere, anche
a metà del Settecento, quando, il novarese, la Lomellina e l’alessandrino
verranno sottoposti alla sovranità piemontese.
Frutto di un lungo lavorio, il paesaggio padano (la piantata) ha lasciato
un’impronta fondamentale alla Lombardia che non è ancora scomparsa.
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Dal Medioevo all’Ottocento: una macchina
industriale mossa dall’acqua.
Nella fascia collinare e asciutta, dove l’agricoltura era meno redditizia,
si eressero mulini per macinare con le rispettive rogge di alimentazione
usate anche per irrigare campi ed orti. Presto l’energia idrica fu
usata anche per muovere macchine come le folle da
lana o da carta o i magli per
le fucine siderurgiche secondo la disponibilità di materie, di manodopera
o altri fattori favorevoli come la collocazione lungo strade e mulattiere
in uso già dai romani come quelle dei passi di Spluga, San Bernardino,
Lucomagno o del Sempione, aperta nel 194 a.c., carreggiata e dotata di ospizio
nel XIII secolo, o del S. Gottardo.
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Metallurgia e meccanica
Dal X-XI secolo la Lombardia è popolata da
manifatture specializzate per consumo interno ed esportazione;
nei due secoli seguenti, anche per la crescita demografica,
l'estrazione del ferro avrà uno straordinario
incremento nell’area alpina e prealpina prima che
altrove: nelle valli bergamasche, bresciane, fu inventato l’altoforno
a tino con procedimento indiretto; il principale
polo siderurgico lariano fu Lecco che produceva trafileria
e fili di ferro sottili smerciati in Italia settentrionale
e in Levante attraverso Venezia e poi anche Genova.
Milano era specializzata in ferramenta minuta, armamenti
difensivi, ottone; piccoli centri come Cantù e
Concorezzo, rispettivamente, nelle chioderie e in aghi
e spilli.
Si facevano chioderie da cavallo in Valtorta, val Averara , alta Valbrembana
come a Villa d’Ogna in Valseriana; armi e strumenti da taglio in acciaio
a Gromo; vomeri in
val di Scalve che godeva dal 1047 della libertà di commercio del ferro
concessa da Enrico III per tutto il regno italico. In Valcamonica le padelle
di Bienno si vendevano a Bisogne; a Odolo in val Sabbia si facevano anche prodotti
d’acciaio. Armi bianche furono per secoli il prodotto tipico delle manifatture
bresciane; iniziarono a declinare col venir meno dell’armatura; quelle
da fuoco si concentrarono a Gardone Valtrompia con appendice a Brescia, Sarezzo
e Clanezzo in val Brembana; l’impresa cremonese Cadolino aveva impianti
a Clusone ed a Pontevico sull’Oglio, presso il Po. Armi da taglio e baionette,
ma anche strumenti agricoli da taglio e scasso e filo di ferro grosso si producevano
a Lumezzane. Il lecchese e Chiusure di Brescia primeggiavano negli articoli in
rame, importato dall’agordino. Molte merci si esportavano verso Venezia
e Genova.
Nel Quattrocento la conquista di Bergamo e Brescia da parte di Venezia favorì le
forniture militari a Spagna e Turchia da parte di questi territori e costrinse
Milano a intensificare lo sfruttamento del la Valsassina e ad importare materie
prime e prodotti dalla Stiria e dalla Carinzia, la cui concorrenza, si farà sentire
specie in età austriaca.
La metallurgia tradizionale soffriva per carenza energetica: si bruciava legna
verde o carbone di legna; i prezzi di entrambi furono sempre alti. Fin dal periodo
austriaco si cercò invano carbon fossile, lignite, torba a Leffe e nel
comasco, e pure durante la Restaurazione post napoleonica era vivo il problema
della scarsità di combustibili. Si dovette discipinare il taglio dei boschi
e si mirò a contenere il consumo di carbone.
 Ciò determinava
strozzature tecniche: si usavano inefficienti trombe ad
acqua per insufflare il comburente; solo nell’Ottocento
esse vennero lentamente sostituite con mantici per
ottenere prodotti più standardizzati; tale richiesta
contrariò i produttori i cui pezzi dovevano
essere vagliati e assemblati all’Arsenale di
Brescia ma che beneficiavano del continuo stato di
guerra. Anche i mastri fonditori bergamaschi erano
ostili a innovazioni che avrebbero fatto loro perdere
il lavoro.
Non mancarono beninteso eccezioni innovative come quelli
della dinastia lecchese dei discendenti di Carlo Badoni
che, superato l’uso tradizionale di produrre
in proprio la ghisa, si diedero alla lavorazione del rottame domestico ed estero
aprendo officine meccaniche da Castello a Bellano; o come i Rubini di Dongo dove
si formò Carlo Enr ico Falck; o ancora la famiglia Redaelli che dal 1851
opererà sul Lario. Prima del 1850 a Castro presso Lovere, a Pisogne in
Valcamonica si cominciarono a introdurre forni sul modello inglese che raddoppiavano
la produttività; ottimi prodotti meccanici faceva pure l’Officina
Elvetica di Milano, da cui nascerà la Breda.
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Le arti tessili e altre arti
Già nel Duecento la lavorazione tessile di
lino e lana domina la produzione locale, fiorente grazie
all’incremento dei consumi: i panni inglesi di Milano,
quelli dell’Isola comacina, di Monza, di Bergamo erano
imitati in tutta l’Italia settentrionale anche gra
zie alla diffusione degli Umiliati che si mantenevano soprattutto
colla tessitura svolge ndo all’interno dei conventi
tutte le fasi della produzione e possedevano gli strumenti: folle e gualchiere.
Dal XII secolo specie a Milano, Pavia e Cremona, si diffuse
il nuo- vo tessuto pesante misto di cotone (importato), lino
o canapa, il fustagno, detto anche pignolato, originario
del vicino oriente.
Nel Trecento la Lombardia era il maggior produttore di tessuti
di lana e cotone del la penisola italiana e competeva con
il lanificio della Toscana e di altre aree europee: quella
provenzale-catalana, le Fiandre che esportavano tessuti fini
di lana già nell’XI secolo e l’Inghilterra.
La seta, già conosciuta come prodotto orientale, si diffuse dagli anni
Quaranta del XV secolo quando Filippo Maria Visconti favorì l’ingresso
di lucchesi, fiorentini e genovesi, specializzati in ottimi velluti e drappi
intessuti d’oro e argento; in poco tempo la nuova arte divenne trainante
a Milano specie per i tessuti auroserici (seta
mista a fili d’oro e argento) famosi in tutta Europa. Il fasto delle corti
viscontea e sforzesca fu un potente stimolo per i setifici.
Durante la dominazione spagnola, il basso costo della manodopera spinse a portare
alcune fasi della lavorazione in campagna ove si diffusero la coltura del gelso
e l’ allevamento del baco: a partire dal Seicento tutto il territorio si
riempì di molini da seta, impianti idraulici per la torcitura
della fibra, fitti nuclei di torcitura nel varesotto e poi nel Settecento nel
bergamasco, alimentati anche da mercanti svizzeri che compravano seta tratta
alle fiere; filatoi ad acqua numerosi nel comasco, a Brescia, Chiari, Palazzo
lo, mentre la lavorazione a mano prevalse nella Brianza monzese e lecchese. Impianti
di tessitura serica erano a Milano, Varese, Monza, Cremona, Vigevano. All’inizio
del Settecento decollò Como che si specializzò nelle prime fasi
della lavorazione divenendo primario centro italiano, incentivata ad esportare
specie in area tedesca. Declinata la manifattura auroserica,
Milano restò il grande mercato regionale.
Nelle valli orobiche interi villaggi, come Gandino, si specializzarono nel cardare
e battere la lana; per i fustagni ciò avvenne nella zona di Busto, Gallarate,
Abbiategrasso, dove dal Quattrocento si sfibrava il lino e lo si filava col cotone.
Nel Seicento crebbero nuovi poli produttivi come il cappellificio in lana di
Monza, destinato a grandi fortune; la lavorazione della carta a Toscolano sul
Benaco, a Nave nel bresciano, alla periferia di Milano, a Besozzo nel varesotto;
pelli e cuoio, lavorate nell’area orobica ma anche a Milano, specie per
fornire le fabbriche di carrozze che servivano un mercato esteso al mantovano
e al Tirolo.
Penalizzata dalla privazione dei terreni novaresi ed alessandrini ceduti al Piemonte,
di metà settecento, la Lombardia riprese una dimensione territoriale rispettabile
con l’ occupazione napoleonica la quale,come osservò Melchiorre
Gioia, unificava e proteggeva il mercato; dopo il 1815 furono reintegrati i territori
bergamaschi e bresciani con quelli mantovani e la Valtellina non più grigiona.
La popolazione crescerà tra il 1815 e il 1839 da 2.100.000 a 2.550.000
abitanti.
Nell’alta pianura e verso i rilievi già tra Settecento Ottocento
assunse dimensioni drammatiche il disboscamento che spogliò intere vallate,
a causa sia delle richiesta di energia delle manifatture che degli effetti dei
mutati rapporti contrattuali. Nel 1860 ad esempio scompariranno i boschi della
Merlata, un tempo foresta a farnia e carpino; i nomi di centri abitati come Rogoredo,
Cerro, Nosedo, Rosate ricordano essenze un tempo rigogliose in quei luoghi. Risvolto
negativo del grande decentramento produttivo che si svolse in Lombardia tra il
Seicento e l’Ottocento.
Anche nel campo tessile manifatturiero i primi passi non si svolsero in un clima
propenso all’innovazione: l’agricoltura rendeva bene e le braccia
costavano molto poco.
L’assetto del setificio rimase statico, orientato su trattura e
filatura; la Lombardia produce il 60% delle sete italiane. Nel cotonificio si
affermarono i mercanti imprenditori che favorirono una certa meccanizzazione
della filatura fin dagli anni trenta ma mantennero l’assetto manuale e
cittadino della tessitura, anche per le caratteristiche della domanda, orientata
sulle qualità ordinarie. Anche nel lanificio di Gandino negli anni Trenta
si cominciarono a introdurre macchine; nel settore cartario, Pietro Molina nel
1828 importò e brevettò macchinario inglese sans fin.
Dagli anni 30 si affermò più facilmente il telaio Jacquard.
Per vedere telai da nastro meccanizzati a Milano però si aspettò il
1856.
In generale la risorsa idraulica restava essenziale. Nella lavorazione del legno
che già caratterizzava la Brianza milanese e comasca si usavano ancora
diffusamente le seghe ad acqua alla veneziana. La legna era già esaurita
e per attivare i sempre più numerosi fornelli delle filande seriche bisognò importare
legname svizzero e tirolese. In ogni modo l’uso dei motori idraulici dovette
sempre combattere contro gli interessi a agricoli: lo stabilimento Crespi di
Trezzo ancora nel 93 veniva ostacolato nella richiesta di nuove derivazioni per
non compromettere irrigazione e navigazione sull’Adda; ancora più forti
erano le resistenze nel pavese e nel mantovano.
Essenziale restava il problema delle comunicazioni: nel 1777 fu aperto il Naviglio
di Paderno sull’Adda che unì per via fluviale Lecco e Milano; nel
1819 il Naviglio di Pavia verso Genova (e nel 1888 il Canale Villoresi per irrigare
l’alto milanese). Nella Restaurazione il miglioramento di strade carrozzabili
postali e vie d’acqua interne era strumento più gradito dai produttori
che l’avvento di treni e battelli a vapore (anche perché un cavallo
migliorava di 5/7 volte la capacità di traino su una strada postale).
In particolare la via dello Spluga fu attentamente mantenuta per agevolare i
flussi serici. La strada Ferdinandea fece la fortuna della ditta F.lli Grondona
che fabbricava carrozze. In epoca napoleonica fu ristrutturata anche la strada
del Sempione, percorsa da un regolare servizio di diligenza, l’altissimo
valico dello Stelvio (2757 mt.) aveva un valore strategico per gli austriaci
perché era la via privilegiata tra Tirolo e Lombardia. Nel 1831 fu resa
via carrabile postale il San Gottardo, in territorio svizzero.
La prima ferrovia lombarda ( la seconda italiana) fu la Milano-Monza di 15 km
inaugurata nel 1840 (in verità per portare il viceré alla Villa),
nel 1860 c’erano solo 200 km, ma già nel 1865 la stazione di Milano
era pronta e prossima a diventare la prima in Italia.
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La Lombardia alla guida dell’industrializzazione
italiana
Dopo l’apertura del traforo ferroviario
del Gottardo(1882) Lombardia beneficiò di una
nuova posizione nei rapporti coll’Europa. Quello
del Sempione,1906, avvicinò decisamente Milano
a Parigi.
Dopo l’Unità lo sviluppo ferroviario stimolò la meccanica
pesante, poi penalizzata dalla tariffa dell’87. Nella meccanica vi
furono progressi nella costruzione di tubi non saldati, macchine agricole
e tessili, locomotive, macchine a vapore, rubinetteria, bulloneria, ecc.;
le innovazioni nella siderurgia riguardarono il trattamento del rottame importato
coi nuovi forni Martin Siemens mentre nel settore cotoniera proseguì la
meccanizzazione in filatura e tessitura, come l’integrazione verticale
anche con la tintoria per standardizzare il prodotto. Dal 1880 ci fu la completa
meccanizzazione del cappellificio monzese, divenuta un’industria moderna
ed esportatrice.
Ancora verso la fine dell’Ottocento la forza idraulica rappresentava
circa la metà di quella utilizzata complessivamente. Nel comasco il
numero di caldaie era alto nella trattura e
nell’ultimo quarto del secolo andava crescendo enormemente quello delle
caldaie a vapore (triplicate in numero e potenza dal 1876 al 1890).
In ogni modo la maggior disponibilità di carbone fossile stiriano
e carinziano dovuta al miglioramento dei trasporti non eliminò il
difetto di combustibile. L’impiego di energia idraulica era prevalente
nelle vallate comasche, bergamasche e bresciane nel tessile, nel molitorio,
nella siderurgia e meccanica. La diffusione della macchina a vapore liberò in
parte dalla dipendenza dai fiumi nel settore della trattura a
vapore della seta e in tutti i settori nel milanese, permettendo nuove localizzazioni
più vicine alla rete dei trasporti.
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Gli anni del decollo
Gli ultimi anni dell’Ottocento e i primi
del XX secolo furono un periodo di espansione fortissima
che faceva della Lombardia il primo comparto industriale
del regno (il maggior numero di imprese con oltre 1000
addetti, 30% delle imprese con più di 100 addetti,
27% di quelle che usavano motori meccanici, 25% dell’energia
motrice impiegata).
Prevalente il settore tessile, ma declino del setificio e della lana, grande
espansione del cotonificio, che conobbe nel 1907 una crisi per eccesso di
offerta, e delle arti tessi li varie. L’apogeo delle dinastie cotoniere:
i Borghi e i Ponti del gallaratese, i Cantoni di Castellanza, i Caprotti
e i Fossati Bellani del monzese, i Crespi di Vaprio d’Adda. E’ solo
più tardi che i progressi della chimica faranno nascere imprese innovative
come la Snia Viscosa, seta artificiale.
Le miniere erano ormai abbandonate ma l’espansione delle industrie
metallurgiche era notevole: 2000 imprese con 50 mila addetti, e 30 mila hp;
nel bresciano cresceva l’uso dei forni elettrici, dovunque la produzione
di ferro e anche di acciaio, in particolare nel milanese dopo l’impianto
delle strutture metallurgiche di Sesto S. Giovanni (Breda, Falck, Marelli
). In gran crescita anche il settore meccanico pesante con 6000 imprese e
80000 addetti con alla testa grandi imprese come Breda, Tosi, Falck, Dalmine
(materiale ferroviario, turbine, macchine agricole, tubi) e la nuova industria
automobilistica (Isotta Fraschini, Alfa Romeo) che stimolò il settore
della gomma (Pirelli) mentre l’industria aeronautica muoveva i primi
passi presso il lago Maggiore (Marchetti, Caproni,Macchi). Grande crescita
dell’industria chimica: Carlo Erba, prodotti industriali, fiammiferi,
medicinali, gomma, cavi e pneumatici.
Forte
sviluppo anche delle industrie alimentari: Galbani
(formaggi), Wuhrer e Poretti (birra), Lazzaroni
(pasticceria), Branca, Bisleri, Campari (liquori).
Con la Edoardo Bianchi che produceva biciclette
e le macchine da cucire (Prinetti, Necchi) si afferma
rono le prime industrie di beni durevoli per il
consumo di massa.
Policentrismo e varietà restarono una caratteristica strutturale lombarda
anche in ambito produttivo. In molte aree le produzioni specializzate si
industrializzano come, le calzature di Vigevano, il mobilificio brianzolo,
il lanificio bergamasco, le armi del la Valtrompia, i rubinetti di Lumezzane
mentre il setificio comasco cambia riducendo la filatura e sviluppando la
tessitura. Tutti segni che a partire da Milano si affermava una struttura
dei consumi moderna.
Questo fenomeno e la progressiva articolazione territoriale erano resi possibili
dal lo sviluppo energetico. Un indice decisivo è dato proprio dalla
potenza impiegata che tra fine secolo e prima guerra mondiale aumentò quasi
di cinque volte, superando i 500.000 hp. Di essa però quasi la metà era
prodotta da motori elettrici.
Si
aprì l’era dei grandi gruppi elettrici,
favoriti dalla disponibilità di capitali,
che presto dettero vita a concentrazioni come la
Edison, che attraverso banca e finanza si apparentarono
con i settori come il siderurgico, fortemente stimolati
dalla guerra.
Dopo il I conflitto mondiale si profilò anche l’inizio dell’era
dell’automobile: la prima autostrada Milano-Laghi progettata dall’ing.
Pietro Puricelli si aprì nel 1924-25 , la Milano-Bergamo nel 1927,
la Bergamo-Brescia nel 31, la Torino-Milano nel ‘32 . Ma si profilava
anche l’alba del trasporto aereo: l’aeroporto Forlanini aprì nel
1937 a Peschiera Borromeo e la Malpensa a Somma Lombardo nel 1949.
Dopo la prima guerra mondiale ci fu un periodo confuso, ma verso il 1922
si sperò in un ritorno alla belle epoque. Tuttavia, poco
dopo, la contrazione dei mercati internazionali pose in crisi tutte le imprese
orientate all’esportazione e resistettero solo quel le legate al mercato
interno protetto come quello elettrico o della grande metalmeccanica che
viveva di commesse pubbliche. La specificità lombarda si appannò di
fronte ai grandi monopoli; accanto ai colossi elettrosiderurgici e bancari,
proprio negli anni Venti nacque un altro colosso: la Montecatini di Guido
Donegani, già impresa mineraria toscana, fu trasferita a Milano e
si dedicò alla produzione di fertilizzanti artificiali.
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Cambiamenti e persitenze: verso un assetto maturo
Tuttavia guerre, autarchia, crisi mondiali non
sconvolsero i connotati lombardi; la strada produttivista
del secondo dopoguerra fu imboccata subito e stimolò la
grande ondata migratoria dal sud degli anni Cinquanta
che provocò anche un’ondata edilizia senza
precedenti che, questa si, distrusse gli equilibri territoriali.
La spinta demografica in atto da oltre un secolo, eccezionale per un paese
già popoloso, portò la popolazione, all’inizio degli
anni Ottanta del Novecento, quasi a 9 milioni di abitanti, per poi decrescere
a partire da Milano.
L’industria è cambiata ma resta segnata dalla varietà;
grandi gruppi storici (Edison Pirelli, Montecatini, Marelli, Pesenti) guidano
la ripresa assieme a quelli (Alfa Romeo, Falck, Breda) che entrano nella
sfera pubblica, rafforzata dopo il 1953 con l’insediamento della holding
petrolifera pubblica ENI e soprattutto con la nazionalizzazione dell’energia
elettrica che provoca la cessione all’ENEL del settore elettrico Edison,
e nel 1966 la sua fusione con Montecatini nel colosso Montedison, divenuto
pubblico e poi riprivatizzato solo negli anni 90. Dagli anni Ottanta il settore
della telecomunicazione si è arricchito di un polo dominante di televisione
privata a Cologno Monzese.
Le grandi strategie si dipanano sotto la regia di Mediobanca che manovra
il credito allo sviluppo industriale, lasciando spazio alla conservazione
o all’acquisizione di posizioni di rilievo: dall’alimentare Star
di Agrate alla Tosi di Legnano alla metallurgia bresciana che si è rinnovata
assumendo un peso crescente nell’industria nazionale. In sintesi dopo
l’accentramento sul capoluogo della prima parte del secolo, si assiste
ad un nuovo decentramento verso sedi originarie dell’industrializzazione:
Brianza (nel vimercatese è sorto un settore elettronico e delle comunicazioni
IBM, Telettra-Alcatel, St microelectronics), alto milanese e varesotto, Valseriana,
Valtrompia, Valcamonica, ma anche vigevanese, Lomellina, bassa berganasca,
bresciana, cremonese e mantovana ove crescono ancora meccano-tessile, calzaturificio,
calzifici o, maglieria. Sistemi locali integrati, indice di una persistente
vocazione imprenditoriale, spesso con radici nell’artigianato, ma anche
propensa all’innovazione e all’esportazione.
Milano e i centri maggiori hanno conosciuto una modernizzazione un po’ rallentata
rispetto ai sistemi urbani europei, con un incontrollato sviluppo edilizio
e una crescita dei servizi meno accentuata (basterà pensare al depuratore
realizzato solo dopo il Duemila e a un sistema stradale radiocentrico, sempre
inadeguato). Oltre alla costruzione della tramvia metropolitana sotterranea
negli anni Sessanta e all’adeguamento degli aeroporti va sottolineato
il ruolo svolto dalla Fiera come catalizzatore di interesse in ternazionale,
in particolare per i vitali settore della moda e delle macchine utensili.
Il settore agricolo si è drasticamente ridimensionato: nelle aree
alpina, prealpina, asciutta l’industrializzazione ed il frazionamento
fondiario hanno portato alla crisi temperata dallo sviluppo turistico; alcune
pendici collinari e l’area irrigua hanno invece tr ovato nuova vitalità nelle
produzioni specializzate, dai formaggi di Lodi ai vini d’Oltrepò e
Franciacorta.
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Una vecchia risorsa rinnovata: il carbon bianco
Il percorso dello sviluppo è stato reso
possibile dall’acqua che ha fornito l’energia
necessaria. Quando si rese disponibile l’energia
elettrica si aprì un periodo che per la Lombardia
sembrò un’aurora: l’antica carenze
di combustibile, l’alto prezzo del carbone importato
venivano ora superati dalla ricchezza storica della regione.
Per la verità la prima elettricità fu ancora prodotta col carbone.
Nel 1881 l’ing. Giuseppe Colombo, fondatore del Politecnico, attivò il
Comitato promotore per l’applicazione dell’energia elettrica
in Italia che l’anno dopo ottenne da T. A. Edison la licenza per l’uso
del suo sistema elettrico e acquistò il vecchio teatro S.Radegonda
presso il Duomo per installare le prime generatrici Jumbo, con 540
kw di potenza: la prima centrale in Europa a corrente continua che permetteva
di ottenere luce elettrica.
Nel gennaio 1884 fu costituita la Società generale italiana di elettricità sistema
Edison, con sede a Milano e capitale di L. 3000000. Primo presidente fu Enrico
Rava della Banca Generale. Nel 1887 Edison si convenzionò col Comune
per fornire l’illuminazione pubblica e a tale scopo nel 1892 il Comune
creò un’officina generatrice in via Vico per integrare la rete
Edison.
La produzione elettrica non era abbondante: nel 1884 attivava 5300 lampade
a incandescenza, nel 1889 15000 e 500 private, nel 1894 38000 con 624 ad
arco private, nel 1898 65555 con 817.
Nel 1893 la Edison realizzò un tratto sperimentale di linea tramviaria
di 5 km. tra Duomo e Corso Sempione con 13 carrozze per portare fino a 20000
persone al giorno; nel 1895, dopo che Edison ebbe incorporato la vecchi a
Società anonima omnibus che gestiva il servizio di trasporto pubblico,
si stipulò la convenzione Edison-Comune per il servizio tranviario
e partirono le linee a trazione elettrica di 5 km da Varese alla Prima cappella
del Sacro Monte e da Milano a Musocco.
Il rafforzamento della situazione finanziaria con gli accordi con la Banca
commerciale italiana appena costituita permise di avviare la costruzione
della centrale idroelettrica di Paterno, d’Adda ultimata nel 1898,
poi intitolata ad Angelo Bettini, mentre nel 1897, a Porta Volta , entrava
in funzione un impianto termoelettrico. Nell’anno del le cannonate
di Bava Beccaris il sevizio tramviario, con 240 vetture, era elettrificato.
Era l’inizio d’una vicenda imprenditoriale straordinaria portata
il cui pieno dispie- garsi nei successivi decenni avrebbe agito da propellente
per lo sviluppo industriale lombardo. Nel 1905 verrà costituita la
Società elettrica suburbana milanese per distribuire nel nordovest
di Milano; nel 1914 verrà aperta la seconda centrale sull’Adda
a Robbiate, poi intitolata a Carlo Esterle.
L’estensione dell’energia elettrica all’illuminazione nelle
fabbriche fece sorgere naturalmente contrasti coi produttori di gas che dominavano
l’illuminazione.
L’affermazione definitiva dell’elettricità avviene a fine
anni Novanta: il successo degli esperimenti di trasporto a distanza dell’energia
elettrica e la scelta della corrente alternata permisero lo sfruttamento
dei salti d’acqua alimentando il mito del carbone bianco e
le speranze di una prossima liberazione dall’importazione di coke.
Nel 1897 erano allacciati alla rete elettrica milanese 94 motori per 132
kw, nel 190 0 2000 con 6700 kw. Nell’intera Lombardia: si passò dai
25.700 Kw del 1898, ai 123.500 del 1908, circa il 25 % della potenza totale
installata in Italia.
A parte la Edison, che ebbe il ruolo fondamentale, in ogni capoluogo di provincia,
ma anche in molti centri significativi furono costituite Società elettriche
(bergamasca, pavese ecc.) per sfruttare la formidabile innovazione. Quando
nel 1903 legge Giolitti permise l’assunzione dei pubblici servizi da
parte dei comuni, i municipi si mossero per assicurare i servizi alle città in
fase di forte espansione. Fu una corsa tumultuosa alla costruzione di nuove
centrali, che inizialmente riguardarono Ticino e Adda, ma ben presto risalirono
le valli alpine alla ricerca di fonti.
Nel 1896 la Società italiana per le Condotte d’acqua ottenne
di aprire un canale navigabile parallelo al Villoresi, ricavato dal Ticino
fino a Vizzola dove era previsto l’utilizzo del salto di 28 mt. (19000cv).
Fu dunque fondata la Società lombarda per la distribuzione di energia
elettrica cui parteciparono Condotte, Credito italiano, Società continentale
per imprese elettriche di Norimberga, Ernesto de Angeli, Giacomo Balestra,
Tommaso Bertarelli, Rinaldo Panzarasa, Ettore Conti. Vizzola entrò in
azione tra il 1899 e il 1900, con 7 generatori e circa 10000 kw di potenza,
inaugurata da re Umberto I poco prima della sua morte.
Nel 1901 l’ing. Ettore Conti, sviluppando l’iniziativa precedente,
fondò la Società anonima per imprese elettriche Conti & C.
di cui la Edison sottoscrisse L.700.000 dei 3 milioni di capitale; autonoma,
ma di fatto braccio operativo della Edison. La Conti costruì la centrale
di Turbigo completata nel 1904, un impianto termico a Castellanza per compensare
i deficit idroelettrici in periodi di magra (4 gruppi per quasi 7000 kw).
La domanda pressante spinse a firmare nel 1906 un accordo con svizzeri e
inglesi per realizzare la centrale di Campocologno in Val Poschiavo in territorio
svizzero che forniva kw 14000 alla Lombardia; intanto preparava l’impianto
di Zogno sul Brembo Si trasmettevano migliaia di kw a 150 km di distanza
con linee da 50000 Kv; presto la potenza erogata fu portata a 20000 kw.
Nel frattempo la Società idroelettrica italiana costruì una
centrale ad Ardenno allo sbocco della val Masino e una in val Malenco sul
torrente Mallero entrate in funzione nel 1910- 11 con circa 10000 kw.
Nel 1909 la Edison controllava la maggioranza della Conti che nel decennio
successivo avrebbe sviluppato quattro impianti sul corso del Toce in Val
d’Ossola.
Nel 1904 si fondarono la Società elettrica ing. Banfi e la Società per
le forze idrauliche di Trezzo d’Adda per servire la zona di Monza,
la bassa Brianza e il nord Milano.
Nel 1905 si costituì la Società elettrica bresciana (SEB) cap.
L. 2,5 milioni erede de lla “Porta & C.” che dal 1884 aveva
garantito la pubblica illuminazione elettrica a Brescia, e dal 1885 erogava
energia elettrica ai privati per illuminazione e forza motrice. Assorbite
varie società elettriche del Bresciano, elevato il capitale a 8 milioni,
ed ered itate le centrali sul fiume Chiese della Porta, costruisce le linee
tranviarie elettriche di città e provincia entro la prima guerra mondiale
ponendo Brescia in testa a tutte le province italiane in tale campo. Nel
1907 estese la fornitura di energia elettrica alle province di Cremona e
Manto va e costruisce una centrale termica in città, potenziata nel
1926 e tre idroelettriche in Val Chiese, val Sabbia e Valcamonica (Gratacasolo
poi Malonno-Cedegolo e sul Dezzo).
Nel 1906 si fondò la Società anonima Orobica, sotto l’egida
della Edison (capitale di 6 milioni di cui 1 della Edison e 375.000 passate
alla Conti) promossa da Società del gas di Lecco, Società della
Brianza di Merate, Banca di Lecco e Banca popolare briantea, con sede a Lecco
ed un ruolo molto importante del marchese Giulio Prinetti. Gestì all’inizio
una società di distribuzione dell’acqua, le officine del gas
di Lecco e Cernusco, una fornace e una miniera, tutte cedute in seguito.
In seguito in corporò le centrali di Roncaglia, Serrati e la termoelettrica
di Lecco potenziata; si decise subito la costruzione di un nuovo impianto
a S. Pellegrino in Val Brembana.
Si incaricò dei distribuire energia elettrica in Valsassina e sulla
sponda sinistra del lago, incorporando varie società locali; realizzerà impianti
in provincia di Como sul Pioverna (Bellano) e Premana sul Varrone,di Bergamo
e Sondrio.
Nel 1907 nacque la Società generale elettrica dell’Adamello
(GEA) che aveva tra i fondatori la famiglia Prinetti Stucchi e la Società per
le strade ferrate meridionali con 10 milioni di capitale; la Edison partecipò alla
costituzione per una quota minore, con la Conti. Questa società svilupperà impianti
idroelettrici in Valcamonica sull’Oglio superiore; come quello di Isola
entrata in funzione nel 1910.
Ancora nel 1907 sorgeva la Società Dinamo, con capitali svizzeri e
tedeschi, per costruire impianti in Val Divedro, incorporando una Società forze
motrici dell’Anza che aveva un a centrale idroelettrica a Piedimulera
in Ossola e una termica a Novara. Da Varzo fu diramata la corrente per elettrificare
la ferrovia Milano-Gallarate-Varese (1912).
Appena la legge lo permise, per rompere il monopolio esercitato dalla Edison,
l’amministrazione comunale di Milano decise la municipalizzazione del
servizio elettrico: per alimentare i servizi pubblici aprì dapprima
una centrale a vapore in p.za Trento e dal 1905 il comune poté esercitare
direttamente l’illuminazione stradale. Nel giugno di quell’anno
poi si assicurò concessioni d’acqua in Valtellina e nel 1910
entrò in funzione la centrale di Grosotto (12000 kw e linee di trasmissione
a 60 kv per Milano).
Nel dicembre 1910 si costituiva ufficialmente l’Azienda elettrica municipale.
Dopo una lunga trattativa tra questa e la Edison nel 1916 anche il servizio
tranviario, con spesa modesta, veniva definitivamente municipalizzato (la
Azienda tranviaria municipale sarebbe stata costituita solo nel 1930).
Nel 1909 anche il Comune di Brescia costituì la sezione energia elettrica
dell’Azienda dei servizi municipalizzati, che aveva inaugurato nel
1906 trasporto pubblico e fornitura del ghiaccio. In quell’anno il
municipio riscattò da SEB l’impianto sul Chiese e la rete cittadina
per gestirla autonomamente utilizzando anche l’energia proveniente
dalla centrale di Caffaro. Nel 1920 SEB assorbita da Edison si sdoppiò dando
vita alla Società Tramvie elettriche bresciane. Nella vicina Bergamo
fin dal 1907 era stata creata una Azienda tranviaria comunale.
L’energia elettrica permetteva la facile allocazione degli impianti
manifatturieri anche se agricoltori e comunità locali non avevano
più accesso libero alle portate estive. Ne derivarono lunghi contrasti
che si composero solo negli anni Trenta con la costruzione di dighe regolatrici
dei laghi prealpini all’imbocco dei loro emissari, formando bacini
di ritenuta dei maggiori apporti estivi per farli defluire in periodi invernali.
E naturalmente vi fu grande crescita dell’industria di macchine e materiali
elettrici: su quel piano però l’Italia era in ritardo, quindi
la crescente domanda fu soddisfatta dalle grandi imprese tedesche o americane
(Siemens, Aeg, General electric).
Il quadro venne regolamentato dal decreto Bonomi del 1916 che estendeva le
concessioni per cinquant’anni ponendo però il problema dell’intervento
statale per la gestione del sistema.
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L’epoca delle guerre: la Edison padrona della
Lombardia e del Norditalia
La Edison sotto l’abile direzione di Carlo
Esterle subentrato a Giuseppe Colombo, e Angelo Bettini fu
capace prima di stimolare e poi di assecondare una domanda
di energia in ulteriore espansione durante la I guerra mondiale,
grazie anche al crescente impiego dell’elettricità come
forza industriale. Dominante sul mercato e con una rete distributiva
assai ampia, Edison, principale gruppo elettrico italiano,
proseguì la sua espansione acquisendo consistenti
parti del capitale di società minori e garantendosi
la distribuzione.
La guerra e la crescita dell’elettrosiderurgia indussero a costruire nel
1917 la centrale di Calusco per integrare il complesso Robbiate-Paderno, migliorando
l’utilizzo delle acque di morbida dell’Adda
oltre la portata di Robbiate.
Nel 1918 cominciarono i lavori l’impianto sul torrente Ovesca in Valle
Antrona (Ossola) che portarono a realizzare 2 centrali e la trasformazione in
serbatoio di un lago naturale.
Nel 1919 Edison passò a controllare SEB, che durante la guerra, spinta
dal vertiginoso aumento della domanda a costruire ancora impianti a Tagliuno
e Ceto sull’Oglio e in Val Sabbia e ad ottenere la concessione del lago
d’Idro come serbatoio.
Nel 1918 Giacinto Motta, docente al Politecnico, subentrò allo scomparso
Esterle e diede vita a due nuove imprese: la Società idroelettrica Cisalpina
e la Società elettrica interregionale, che nel 1921-22 cominciarono a
costruire impianti di produzione sul torrente Liro in Valle Spluga, e di distribuzione
a Brugherio per distribuire in Emilia e in Liguria l’energia prodotta a
Milano.
Nel 1923 su acquistato il palazzo di Foro Buonaparte 31, sede prestigiosa della
società. Nel 1926 fu assunto il pieno controllo della Dinamiche dopo la
I guerra mondiale aveva costruito la diga sul lago d’Avino e più tardi
la centrale di Vallemosso nel Biellese: un complesso da 50000 kw.
Disponendo di una produzione complessiva di 1,4 TWh la Edison era il primo gruppo
italiano e la sua influenza si estese a Lombardia, Piemonte orientale, Liguria
e Appennino tosco emiliano. Si divideva produzione e distribuzione con SADE veneta,
SIP piemontese e Centrale (gruppo Pirelli.Orlando).
Nel 1926 fu assorbita la Conti, già controllata, che portava un patrimonio
di nuove centrali: oltre a quelle sul Toce e in Ossola, le centrali sul Ticino,
tra cui quella nuova di Turbigo, in Valmalenco in Val poschiavina, in alta Brembana
con 3 dighe e quella di Carona che si collegava alla distribuzione di Cislago
con linea di 130 kv, in totale 86000 kw e 900 km di linee elettriche.
Nel 1929 fu la volta di Società elettrica bergamasca, Società per
le forze idrauliche di Trezzo d’Adda Benigno Crespi, la valseriana Società idroelettrica
del Barbellino e la trentina Società generale elettrica con impianti a
Cogolo in Val di Peio e Mezzoco rona allo sbocco della Val di Non. La GEA entrerà nel
1933 nell’orbita Edison portan dovi la centrale di Temù, costruita
nel 1922.
L’incorporazione degli apparati orobici fu completata nel 1938 con l’acquisizione
dell’Orobica, che nel 1918 con Conti e Credito Italiano aveva fondato Società forze
idrauliche alto Brembo concentrando le centrali su Adda, Brembo e Serio (100000
k w), e nel 1940 della Società elettrica Zogno.
All’inizio degli anni Trenta la crisi economica obbligò a ridurre
i programmi espansivi ma questo, al più, rallentò la strategia
di progressiva acquisizione di altre società per raggiungere il controllo
del mercato. Essa comunque permise di superare la crisi: dal 1937 al ‘39
fu ristrutturata la centrale di Vizzola portando la potenza a 39000 kw e nel
1943 fu creata la centrale di Tornavento, poco a valle.
Nell’orbita Edison era pure la Ovesticino, erede della Officine elettriche
di Novara, fondate nel 1904, costituita nel 1930 e operante in Piemonte orientale
fino alla provin cia di Torino e nel pavese. Verrà definitivamente incorporata
nel 1955.
Prima del secondo conflitto mondiale gran parte del “triangolo industriale”,
Lombardia, Liguria, est-Piemonte veniva rifornito di energia elettrica dal gruppo
milanese. Ciò corrispondeva del resto ad una strategia definita, alimentata
dalle grandi banche, specialmente la Banca commerciale e il Credito italiano,
che sostenevano l’elettrifica- zione dell’industria italiana.
La II guerra mondiale portò molti danni, come il bombardamento, nell’estate
1943, della centrale di Cislago e di varie stazioni di trasformazione e linee
elettriche. Ancor più grave fu la scomparsa dell’anziano presidente
Giacinto Motta, sostituito da Pietro Ferrerio e Giorgio Valerio. Alla fine del
conflitto il gruppo sarà commissariato nella persona del prof. Ercole
Bottani, del Politecnico, ma dal 1946 il controllo tornò nelle mani del
gruppo di controllo e subito l’attività di distribuzione si estese
da Trezzo a Gorgonzola, poi a Pandino, Crema, Pizzighettone.
Edison estese la sua azione all’attività di ricerca. Già il
presidente Motta, da poco scomparso, aveva fondato presso l’ateneo milanese
la Fondazione politecnica italiana poi a lui intitolata. Nel dopoguerra il gruppo
contribuì a costituire il Centro elettrotec nico sperimentale italiano
(CESI) con apparecchi per prove elettriche; nel 1946 sorse il Centro informazioni,
studi, esperienze (CISE) primo nella ricerca nucleare in Italia, nonché l’Istituto
sperimentale metalli e strutture (ISMES) di Bergamo.
L’attività di costruzione proseguì con la ristrutturazione
degli impianti ex Conti in Valtellina a Sondrio, Lanzada, Campo Moro con la grande
diga dell’Alpe Gera, la nuova centrale di Ardenno in Valmasino tutti collegati
con la centrale di Cislago; inoltre si costruirono quelli del Liro-Livo, dei
torrenti Bitto in Valgerola e Mera in Valchiav enna, una nuova centrale in Valle
Spluga a Isolato e Prestone, a Pantano d’Avio e So nico Cedegolo in Valcamonica.
Fuori della Lombardia si ampliò la centrale di Cogolo , e si costruì quella
nuova di Santa Giustina sul Noce colla diga più alta d’Europa, si
rinnovarono quelli sul Toce.
Il dopoguerra fu anche il periodo in cui prese piede la costruzione di centrali
termoelettriche a idrocarburi. Esisteva già un impianto a Genova dal 1929;
ad esso furono affiancati quelle di Piacenza e la Spezia, quest’ultimo
il più grande dell’Europa conti nentale mentre nel capoluogo ligure
(1960) furono installati nuovi gruppi acquistati negli USA. In complesso la potenza
termoelettrica Edison passò da 146.000 kw nel 1949 a oltre 730.000 del
1962, decuplicando il lavoro erogato (da 348 a 3437 m.ni di kwh). Dal 1954 si
era anche iniziata una propria ricerca di idrocarburi in Sicilia.
Ma naturalmente non fu mai distolta l’attenzione dal ramo idroelettrico:
nel 1955 fu creata la Edisonvolta per raccogliere e rendere autonoma l’attività elettrica
di un ruppo ormai esteso ad altri settori. Nella seconda metà anni Cinquanta
partecipò alla costruzione della Kraftwerke Hinterrhein cui apportò lo
sbarramento del Reno in Val di Lei nel tratto in territorio italiano: diga ad
arco di 143 mt. e 600 di sviluppo) con capacità di 200 m.ni mt.c., la
maggiore mai realizzata per altri 700.000 kwh annui.
Dalla realizzazione degli impianti liguri ed emiliani e di quelli sul Reno prese
avvi o la linea da 400 kv. Grandi stazioni ricevitrici furono realizzate a Baggio,
Bovisio e Verderio.
La SELNI (Società elettronucleare italiana) costituita nel 1960 da Edison
con Elec- tricité de France e altre società italiane realizzerà nel
1964 la Centrale elettronucleare Enrico Fermi di Trino Vercellese con 257000
kw, la prima in Italia.
Alla fine del 1962, in seguito alla nazionalizzazione del settore, veniva costituito
l’Ente nazionale per l’energia elettrica (ENEL) cui erano trasferite
le attività produttive , di trasporto, distribuzione e vendita. La quota
della Edison rappresentava il 20% del totale nazionale. Nel 1966 verrà deliberata
la fusione delle altre attività con la Montecatini, che già aveva
assorbito la SADE, nella nuova finanziaria Montedison.
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I grandi autoproduttori
Nella prima fase dello sviluppo industriale
agirono molte imprese specializzate in produzione e distribuzione;
poi alcuni grossi gruppi iniziarono a produrre e trasportare
l’energia che serviva ai loro impianti. Prima del
1915-18 molte imprese tessili e car tarie si autoproducevano
l’elettricità, poi vennero i giganti chimici
e siderurgici.
Durante la guerra mondiale la penuria di carbone spinse Giorgio Enrico Falck,
presidente della Società acciaierie e ferriere lombarde, beneficiando
di una normativa più favorevole, a costruire impianti in Valtellina,
al Buffetto, prelevando l’acqua dell’ Adda poco a monte di Sondrio;
nel 1919 era inaugurata la centrale con l’elettrodotto che portava
alla stazione utilizzatrice di Sesto S. Giovanni scavalcando il passo S.
Ma r co. Era così segnato l’ inizio della grande autoproduzione
in Italia. Seguirono altri 9 impianti Falck in Valtellina, 2 in Piemonte
e 2 sul fiume Magra. Gran parte delle turbine vennero fornite dalla Franco
Tosi di Legnano.
Anche la chimica Montecatini si mise presto su quella strada: oltre agli
impianti termoelettrici presso gli stabilimenti, negli anni 20 diede inizio
alla costruzione di centrali idroelettriche: nel 1929 aprì quella
in Valle Anzasca; dagli anni trenta agli anni Cinquanta svilupperà vari
impianti in Alto Adige, in Val Gardena, Val Venosta e Val Pusteria. Per trasportare
l’energia agli stabilimenti si realizzò una rete da 130 e 220
kv; particolarmente significativa la linea di 200 km che collega Glorenza
in Val Venosta a Cesano Maderno passando per lo Stelvio.
I due maggiori autoproduttori, Falck e Montecatini, nel 1948 realizzarono
un accordo con con AEM, AGIP, Edison fondando la STEI per costruire nella
bassa lodigiana, a Tavazzano, una centrale termoelettrica a metano. Entrata
in funzione nel 1952, essa fu inizialmente dotata di 2 gruppi da 140 MW e
si sviluppò fino a 320.
La Falck ha costituito la SONDEL per gestire gli impianti elettrici che nel
1994 ha migliorato quelli sul torrente Venina in Valtellina con due dighe
e 4 centrali da 135 Mw e 360 m.ni di kwh con ulteriori captazioni sui torrenti
Livrio, Cervio, Marasco. Nel 2000 la SONDEL è stata rilevata dalla
nuova Edison privatizzata. Nel frattempo a Sesto S. G. la centrale termica
di cogenerazione di energia elettrica e vapore (1 gruppo turbo gas e 1 turbina
a vapore) è stato in parte ceduto ad AEM per la città di Sesto
S.G. per 56MW e 360 m.ni di kwh.
Nel 1979 la Montedison aveva costituito la SELM spa poi Edison spa che gestì il
rinnovamento delle centrali termoelettriche, con adozione del gas con cicli
termodinamici basati sul ciclo combinato.
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L’attività dell’ENEL
in Lombardia
Con la nazionalizzazione Milano perse la sua caratteristica di punto di riferimento
dell’industria elettrica, che si spostò a Roma e a Genova. Gli
impianti al servizio della chimica - i tre sull’Adda più altri
in Valcamonica e in Trentino Alto Adige - furono conservati dalla Edison
e passati a Montedison nel 1966; quest’ultima divenne così il
maggior autoproduttore per 3,5 mld kwh con 2400 km di rete. Nel 1979 essa
creò la SELM, divisione servizi elettrici del gruppo. Gli altri impianti
passarono gradualment e all’ENEL: quelli termoelettrici di Tavazzano,
Turbigo, Ostiglia, Sermide furono integrati da una linea a 400 kv. Nel ramo
idroelettrico vi furono grosse innovazioni: la centrale di produzione-pompaggio
di RoncoValgrande presso Luino (1971)di 1000 Mw con 8 gruppi pompa-turbina-generatore
elettrico che utilizza il dislivello tra lago Maggiore e lago di Delio; quella
di S.Fiorano in Valcamonica (1973-‘74)con 4 gruppi da 150 Mw grazie
al salto di 1800 mt, tra i maggiori al mondo, tra il lago d’Arno e
il bacino artificiale inferiore ricavato nella piana dell’Oglio; la
centrale di Edolo (1983-85) di 1000 Mw con 8 turbine destinata, tramite meccanismo
d’inversione, anche al pompaggio per utilizzare l’energia disponibile
nei momenti di basso consumo, che sostituì la vecchia di Temù.
Numerosi sono naturalmente gli impianti gestiti dal Compartimento di Milano
di ENEL fuori regione: tra essi la centrale di La Casella a Piacenza, e la
centrale nuclea re di Caorso da 900 MW ultimata nel 1977.
Il trasferimento all’ENEL degli impianti idraulici delle imprese allo
scadere della concessione per l’uso delle acque previsto dalla Legge
6 dicembre 1962 n. 1643, fu prorogato alla condizione che venissero introdotti
miglioramenti agli impianti. sino al 1991 le imprese dovevano cedere all’ENEL
le loro eccedenze di produzione, ma nel 1991 una legge ha liberalizzato la
cessione dell’energia prodotta.
ENEL Lombardia nel 1991-92 ha messo in funzione a Tavazzano due unità nuove
da 320 MW a policombustibile (metano, nafta o carbone).
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AEM
Chi è rimasto in un assetto
sostanzialmente stabile fino ad anni recenti è la
AEM.
Nel dicembre
del 1961 fu costruita la nuova centrale termica a Cassano
d’Adda con un gruppo di 80000
kw; alla realizzazione partecipò al 25% anche
l’Azienda dei servizi tecnici municipali di Brescia.
A fine anni 60 la potenza complessiva delle cen trali
valtellinesi Premadio, Grosso, Grosotto, Fraele, Stazzona
e Lovero raggiunse i 500.000 Kw, oltre ai 100.000 di
Cassano a cui nel 1984 viene aggiunto un gruppo tur
bogas da 25000 kw e uno nuovo da 150000.
Oggi gli impianti in Valtellina sono 7 (580.000 kw)
e comprendono il canale di gronda a 2000 mt. dal versante
del Danubio a quello del Po della morbida estiva
del torrente Spöl che poi torna in Engadina e
affluisce all’Inn, costruito in seguito all’ accordo
internazionale con Svizzera e Austria per 90 milioni
di mtc d’acqua. I serbatoi sono quelli di S.Giacomo
e di Cancano II a ca. 2000 mt. e permettono la regolazione
stag ionale dei flussi assicurando una riserva invernale
di 600 milioni di kwh sono stati co struiti circa 150
Km di canali. I collegamenti hanno 1260 km di linee
a 130 e 220 kv dalle stazioni di trasformazione (Premadio
e Grosso) alle ricevitrici di Milano nord e sud che
trasformano a 23 kv e 220 kv e a sottostazioni con
rete di 3300 km di cavi. Per ultima è stata
costruita la centrale di Braulio che raccoglie l’acqua
della Valfurva e la porta con un canale di Gronda a
Cancano II, 20000 Kw.
AEM serve il 50% delle utenze
milanese oltre a metropolitana e trasporti urbani,
illuminazione, acquedotto, stabili comunali; cede
all’ENEL l’energia non utilizzata.
A Milano si è svolto negli ultimi anni un dibattito
sulla privatizzazione di AEM che renderebbe più autonoma
e agile l’impresa; l’accordo è stato
generale sulla sua trasformazione in società per
azioni, mentre meno ampio è il consenso alla cessione
a privati.
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Il Gruppo Edison 1883-2003. Profili economici e societari ,
a cura di Marco Fortis, Claudio Pavese e Alberto Quadrio
Curzio, 2tomi, Il Mulino, Bologna, 2003.
Storia della
Lombardia, 1) Dalle origini al Seicento; II) Dal Seicento
a oggi , a cura di Livio Antonielli
e Giorgio Chittolini, Roma-Bari, 2003.
Giuseppe M. Longoni, Panorama
economico, in Lombardia
Regione d’Europa, Lati va, Varese 1993, pp.
94-113.
Albertina Galli, Il territorio e la sua organizzazione,
ivi, pp. 6-21.
Aldo Velcich, Industria elettrica,
in Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Storia
di Mila no,
vol. XVIII, t. 3, pp. 795- 811.
Sergio Stocchi, Vie
d’acqua in Lombardia,
fotografie di Bernardino Mezzanotte, Federico Motta, Milano,
1991.
Storia dell’industria lombarda, a cura
di Sergio Zaninelli, Il Polifilo, Milano, vol. l, Un
sistema manifatturiero aperto al mercato. Dal Settecento
all’unità politica, 1988; vol. II, t.
1, Alla guida della prima industrializzazione italiana.
Dall’Unità politica al la grande guerra,
1990, Id. t. 2, 1991; vol. III, Sviluppo e
consolidamento di un’ eco- nomia industriale. Dalla
prima alla seconda guerra mondiale, 1992.
Giorgio Bigatti, La
formazione di una regione industriale. Lombardia 1880-1940,
in L’immagine dell’Industria
lombarda 1881-1945 ,
Silvana, Milano,1998, pp.12-33.
Claudio Pavese, L’azienda
energetica municipale di Milano, in Storia delle
aziende elettriche municipali, a cura di Piero Bolchini,
Laterza, Roma-Bari, 1999, pp. 303-355.
Storia dell’industria elettrica
in Italia, a
cura di Valerio Castronovo, Giuseppe Galas so, Giorgio Mori,
Giovanni Zanetti, Laterza, Roma-Bari, 1994, vol. 1 Le
origini 1882 - 1914, vol. 2 Il potenziamento tecnico
e finanziario 1914-1925, vol. 3 Espansione e monopolio
1926-1945, vol. 4 Dal dopoguerra alla nazionalizzazione
1946-1962, vol. 5 Gli sviluppi dell’ENEL 1963-1990.
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Quale è stata l’importanza dell’acqua
nella storia della Lombardia?
Per l’irrigazione,
per la produzione di energia cinetica per le manifatture,
per la navigazione.
Quali sono state le principali
attività manifatturiere
della Lombardia prima dell’industrializzazione?
Quella
tessile: lanificio concentrato nel bergamasco, setificio
concentrato nel comasco e a Milano, cotonificio concentrato
nelle valli dell’Olona e del Lambro;
quella metallurgica concentrata nel bresciano e nel lecchese.
Chi
fu il pioniere dell’energia elettrica in
Italia?
L’ing. Giuseppe Colombo, fondatore del Politecnico
di Milano e della Società Edison.
Dov’era
la prima centrale di produzione elettrica in Italia?
A Milano,
in via S. Radegonda e fu aperta nel 1883.
Come si produceva
l’elettricità?
Con un motore a vapore alimentato
a carbon fossile.
Quale fu il primo impianto idroelettrico?
La centrale di Paderno
d’Adda, costruita dalla
Edison ed entrata in funzione nel 1898.
Quando fu costruito
la prima centrale termoelettrica della Edison?
Nel 1929 a Genova.
Tra le due guerre mondiali quali erano le
maggiori società elettriche operanti nel Norditalia?
La
Edison lombarda, la SADE veneta, la SIP piemontese.
Quando
si sviluppò la costruzione di centrali
termoelettriche?
Verso il 1960.
Cosa vuol dire ENEL?
Ente nazionale per l’energia elettrica,
creato con legge del dicembre 1962 che nazionalizzava la
produzione e distribuzione dell’elettricità in
Italia.
Quale fu la prima centrale elettronucleare italiana?
Quella
di Trino Vercellese della Società elettronucleare
italiana costruita nel 1964.
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